L’Europa è forgiata dalle sue crisi, il pessimismo è controproducente

Sabato 1 Agosto 2020 di Pietro Alessandrini*
Il faticoso accordo sancito tra i 27 paesi della Unione Europea sui fondi per fronteggiare la crisi depressiva post-coronavirus è indubbiamente un grande risultato. Va visto al di là dei conteggi relativi ai singoli stati e della classifica di chi ha vinto nell’estenuante braccio di ferro nel Consiglio Europeo al quale abbiamo assistito. Spero che a pochi sia sfuggito che era in gioco la sopravvivenza della Ue e la stabilità dell’Euro. Cioè le fondamenta faticosamente costruite per tenere uniti gli stati europei in un’area di pace dopo le due sanguinose guerre mondiali che hanno attraversato il nostro continente. Trova conferma il vecchio monito di Jean Monnet, uno dei padri fondatori dell’Unione: «L’Europa sarà forgiata dalle sue crisi». Infatti la spinta iniziale è proprio venuta in risposta alla catastrofe della guerra. L’evoluzione successiva è stata segnata da eventi storici di destabilizzazione, quali la crisi petrolifera degli anni Settanta, la caduta del muro di Berlino alla fine degli anni Ottanta, fino alla grande crisi finanziaria della fine del decennio scorso. Crisi che ha indotto la Banca Centrale Europea, guidata da Draghi, a intervenire in modo massiccio ad acquistare sui mercati titoli pubblici. Si è così contenuta l’incombente crisi di fiducia che avrebbe portato al dissesto finanziario di paesi molto indebitati, come l’Italia, e alla dissoluzione dell’eurosistema (la famosa frase “whatever it takes”, più volte richiamata). Dovere arrivare sempre sull’orlo del baratro non è certo un bel metodo di progredire in modo ordinato e lungimirante. Se è vero che le ripetute crisi danno la spinta a salvare il salvabile, è anche vero che sono il segnale dei limiti e dei ritardi accumulati nel processo di integrazione istituzionale europea. Processo rimasto a metà. La Commissione Europea non ha lo status di un governo federale, con capacità autonoma di raccogliere e gestire risorse nell’interesse dell’intera area. Ne patisce la funzionalità della Bce, visto che la politica monetaria non può fare a meno del sostegno della politica fiscale europea, soprattutto a fronte delle attuali crisi depressive. Questo spazio viene coperto dal Consiglio Europeo partecipato dai capi dei governi nazionali, che sono legittimati dagli elettori dei rispettivi paesi, ai quali rispondono. Quindi è per sua natura il luogo degli scontri tra interessi nazionali contrapposti. Come se a Roma il governo nazionale venisse formato dai presidenti delle regioni anziché da ministri eletti, con mandato sovraregionale, dal parlamento nazionale. Non meravigliano i contrasti che purtroppo danno l’immagine di un consesso europeo nel quale prevalgono recriminazioni e rapporti di forza rispetto alla convergenza verso interessi comuni di un’area a rischio di crescente emarginazione negli equilibri mondiali. In aggiunta, il risultato finale è sempre un compromesso a ribasso, in cui prevalgono le concessioni compensative per far portare a casa a ciascun capo di stato il simulacro di una vittoria. Così il famigerato Rutte potrà dire agli olandesi che ha ottenuto riduzioni sostanziali nel contributo al bilancio europeo in cambio dei fondi concessi al nostro paese e alla Spagna. Così l’Italia vanta il successo di portare a casa 209 miliardi (più del 10% del nostro Pil annuale), dei quali 82 di sovvenzioni a fondo perduto e 127 di prestiti agevolati. Tornando al quadro europeo, ancora una volta sull’orlo del baratro si è finalmente trovato il coraggio di superare un annoso tabu, che riguarda l’emissione di titoli europei (i famosi eurobond) per finanziare i 750 miliardi di euro complessivi messi sul piatto. Questa mossa costituisce un timido passo avanti per dotare la Commissione Europea di risorse proprie raccolte sui mercati, con la possibilità di rimborsare i titoli a scadenza con l’emissione di tasse federali europee. Proprio come fanno i governi nazionali. Anche noi italiani siamo maestri nel recupero di energie di rilancio sul baratro delle crisi. Non è più un problema di risorse finanziarie. Il problema sarà quello di spenderle bene. L’immagine calzante è quella di uno scalatore che deve fare l’impresa di scalare una montagna, che dal basso appare insormontabile. Montagna di debito pubblico cresciuto a dismisura da restituire (non se ne parla a sufficienza). Montagna di sviluppo ecocompatibile da rilanciare (troppo a lungo ristagnante). Montagna di investimenti pubblici e privati da realizzare (soldi da spendere bene). Montagna di fiducia internazionale da recuperare (per far dimenticare di avere esultato ad ogni sforamento nei vincoli di bilancio pubblico!!). Purtroppo non abbiamo un buon curriculum sulla capacità mostrata in passato di spendere bene e in tempi rapidi i fondi europei. Né possiamo giustificare con i tanti problemi da risolvere la corsa alla diligenza per conquistare una parte dei fondi a disposizione, con il rischio di distribuirli a pioggia. A questo punto il cerino acceso è nelle nostre mani. Utilizzarlo per individuare le priorità utili per accendere la candela della ripresa da una crisi senza precedenti è necessario. Fare di necessità virtù rientra per fortuna nelle nostre capacità. Non possiamo permetterci il lusso del pessimismo. Crediamoci e andiamo avanti con la fiducia della speranza costruttiva.

*Professore emerito di Politica economica, Facoltà di Economia “Giorgio Fuà” Università Politecnica delle Marche
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