Un viaggio della speranza in Mediterraneo

L’indifferenza sui migranti nel tempo della vergogna

di Don Aldo Buonaiuto
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Domenica 16 Maggio 2021, 10:25

«A tutti gli uomini e le donne del mondo va il mio appello a camminare insieme verso un noi sempre più grande, a ricomporre la famiglia umana, per costruire assieme il nostro futuro di giustizia e di pace, assicurando che nessuno rimanga escluso».

Nel messaggio di Papa Francesco per la 107ª Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, che si terrà il 26 settembre 2021, si legge tutta l’attenzione a livello globale per un momento cruciale definito con amarezza dallo stesso Pontefice durante un Angelus come «il tempo della vergogna», manifestando tutto il suo dolore per gli innocenti che continuano ad annegare nel Mediterraneo.

È triste dover constatare che tali tragedie ormai non vengano più di tanto evidenziate neanche dai mass media che spesso tengono lontana dalle prime pagine anche la voce del Papa. E questa vasta indifferenza è aggravata dal silenzio assordante dei governanti europei. Per non parlare di quelli del continente africano. Ognuno con proprie responsabilità che puntualmente vengono sottaciute.

Sapere e fingere di ignorare rende correi di una insopportabile ingiustizia che è sotto gli occhi di tutti. Individui con un nome e cognome, ridotti a numeri, crocifissi e condannato all’oblio anche da un’opinione pubblica massicciamente anestetizzata da una velenosa propaganda d’odio, dallo sconcertante ritorno di forme di razzismo che speravamo definitivamente sepolte tra le ignominie della storia.

Ma qui, oggi, a trovare sepoltura in una bara d’acqua sono soltanto i condannati al Golgota del Terzo millennio che globalizza la disumanità invece della solidarietà. L’uomo che non vuole cambiare il suo cuore volge lo sguardo dal lato opposto, si rifiuta di vedere quei piccoli inabissarsi. Così rimuove il fastidioso “sospetto” che siano identici per dignità, valore e diritti ai propri figlioletti al sicuro sotto le coperte di un benessere dato per scontato e che rende sordi all’altrui grido di aiuto.

Ecco la vergogna che Francesco denuda alle nostre coscienze: nessuno che si dica cristiano può sentirsi autorizzato a negare soccorso e carità a chi gli tende la mano. Nel 2021, con le enormi possibilità messe a disposizione dalla tecnologia, è scandaloso dover assistere inermi alla lenta agonia di gruppi di disperati che implorano salvezza da misere barchette e che gli allarmi delle Ong ricevano solo cortese, ma inutile e gelido riscontro.

Politici di ogni colore e nazionalità – con davvero poche e davvero meritorie eccezioni – come risposta hanno sempre e soltanto il silenzio, la vaghezza o l’aperta viltà di rilanciare continuamente la palla di una polemica sterile e opportunista, trasformata in una occasione di (vero o presunto) tornaconto elettorale. Sullo sfondo dell’uso cinico e diabolico delle altrui sofferenze si staglia la cronica attitudine di ripudiare le concrete soluzioni in grado di scongiurare queste stragi degli innocenti. Perché non si punta convintamente sull’unica strategia che ha dato risultati misurabili ed effettivi ossia i “corridoi umanitari”?

Solo con vie legali e controllando con lungimiranza l’ingresso in Europa si tolgono sanguinose opportunità di guadagno ai trafficanti di carne umana e si possono monitorare e indirizzare i flussi migratori. Non c’è nulla di più colpevole che complicare una situazione per renderla irrisolvibile. Se ne ricordino gli “statisti” del Vecchio Continente che prima o poi dovranno rispondere alla storia e alle coscienze. Ma oltre gli abissi che custodiscono i poveri resti degli invisibili c’è la giustizia divina a cui tutti saremo sottoposti.

Lasciamoci nuovamente contagiare dalle parole espresse dal Papa per la Giornata del migrante e del rifugiato: «Dobbiamo impegnarci tutti per abbattere i muri che ci separano e costruire ponti che favoriscano la cultura dell’incontro, consapevoli dell’intima interconnessione che esiste tra noi. In questa prospettiva, le migrazioni contemporanee ci offrono l’opportunità di superare le nostre paure per lasciarci arricchire dalla diversità del dono di ciascuno. Allora, se lo vogliamo, possiamo trasformare le frontiere in luoghi privilegiati di incontro, dove può fiorire il miracolo di un noi sempre più grande».

* Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII

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