Dai vaccini agli abbracci, cosa ci aspettiamo dal 2021

Venerdì 8 Gennaio 2021 di Giovanni Guidi Buffarini

Caro 2021 non ti chiediamo di essere migliore del 2020, non puoi cavartela con così poco, sorry. Sarebbe vincere troppo facile, sebbene quando la vittoria appare scontata è la volta che si perde di brutto, mai mettere limite al peggio, regola generale, regola di saggezza, quando si è toccato il fondo si può sempre cominciare a scavare. Ma l’anno passato ha toccato il fondo e pure scavato, e chi l’ha congedato alzando assieme al calice il dito medio e chi sparando un vaffa da stracciarsi le corde vocali. Tutti concordi nell’archiviarlo senza rimpianti, in compenso con rancore. No, caro 2021, non devi essere un po’ meglio del 2020, molto meglio del 2020, infinitamente meglio del 2020 scellerato. Non ti abbiamo dato il benvenuto genericamente speranzoso - e peraltro invariabilmente illusorio - dell’eterno Passeggere leopardiano. No, caro 2021. Pretendiamo - pretendiamo, sottolineo - tu sia tutta un’altra roba, tutta un’altra storia. Ti chiediamo in primo luogo di mettere ulteriore pepe nel didietro degli scienziati (sempre siano ringraziati) e dei responsabili della campagna vaccinale. «Non è una gara a chi arriva prima, a chi vaccina di più», ci ha spiegato Arcuri, Commissario a Tutto. Vero, è una cosa diversa. È una corsa non con gli altri Paesi, d’Europa e del mondo, ma contro il tempo. L’altro giorno il governatore marchigiano rimarcava con orgoglio le 1500 punture effettuate. 1500: lo 0,1% della popolazione. E d’accordo, il portentoso siero al momento scarseggia. Ma a marzo - dita incrociate, delle mani e pure dei piedi - non dovrebbe più essere così. E nonostante ciò, il cronoprogramma illustrato dal ministro Boccia prevede il raggiungimento della benedetta immunità di gregge per la fine dell’estate. No, non siamo soddisfatti. A Napoli, durante l’ultima epidemia di colera - anni Settanta - si vaccinarono 900mila persone a settimana. Questi, o superiori, siano i ritmi. Vogliamo indietro la nostra libertà tutta intera. Un’estate, una tarda primavera, di abbracci smisurati, scatenati assembramenti. Per intanto, caro 2021, donaci ancora un po’ di pazienza, «la più eroica delle virtù, giusto perché non ha niente d’eroico», ancora Leopardi. Ne stiamo esaurendo le scorte, proprio ora che la fine dell’incubo si intravede. Brutte davvero le notizie che rimbalzano dal Veneto, infettati che si ingegnano per violare la quarantena, e ti chiedi se siano solo (alcuni) veneti ad adottare comportamenti deprecabili, ed è difficile crederlo. Il maratoneta distrutto dalla fatica, sapendo il traguardo vicino tira fuori le energie che non ha. Imitarlo è un dovere. Per me, caro 2021, chiedo un supplemento di distrazione. Per non far caso a tutti quelli che, from here to eternity, si riempiranno la bocca con la parola cultura. La cultura in Italia è l’ultima ruota del carro. Il primo provvedimento adottato per fronteggiare la seconda ondata è stata la chiusura di cinema e teatri e musei: dove non s’era infettato nessuno (o forse uno: dati mai da alcuno contraddetti). Ora si discute della data di riapertura degli impianti sciistici - solidarietà ai lavoratori del settore, si capisce - mentre le scuole superiori in diverse regioni (quattro, Marche comprese, mentre scrivo, altre si aggiungeranno, vedrete) resteranno chiuse. Dopo undici mesi di epidemia non si è riusciti a risolvere il problema dei trasporti. Problema complesso, nessuno lo nega. Però: undici mesi. Tutto deve stare aperto ma la scuola può restare chiusa, tanto c’è la didattica a distanza, no? Ma per favore. Mentre per i film e per i concerti s’avanza la fantomatica Netflix della Cultura. Che come canale secondario può andare, come principale mezzo di fruizione anche no, grazie. Caro 2021 neonato, una richiesta ancora. Un’iniezione di fiducia verso il futuro. Da decenni noi italiani affrontiamo la vita spaventati e rassegnati. Apatici. Galleggiamo, e ogni tanto andiamo sotto. Mettiamo toppe, nessun progetto di ampio respiro. Il virus sarà il colpo del ko o ci darà la sveglia? «Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare». Il gioco si è fatto durissimo: sarà il caso di (ri)cominciare a giocare sul serio. Caro 2021, ti stiamo chiedendo troppo? Ti stiamo chiedendo il minimo indispensabile.


* opinionista e critico cinematografico

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