Le derive delinquenziali e la virtù della pazienza

Martedì 26 Ottobre 2021 di Rossano Buccioni
Le derive delinquenziali e la virtù della pazienza

Saranno i giudici a stabilire la dinamica esatta dell’accaduto, fino al sequestro ed alla reclusione del cuoco inglese Sam Demilcamps nell’appartamento di Monte San Giusto. Come riportato dal Corriere Adriatico a sconcertare è soprattutto la sproporzione tra la somma richiesta per la liberazione e le pene detentive previste per il reato in oggetto, elemento che infittisce il mistero sui rapporti tra la vittima ed i suoi sequestratori.

Qui ci interessa tratteggiare lo sfondo psico-sociale della dinamica di gruppo che si è innescata da cui emergono condotte ispirate da automatismi imitativi di modelli di azione criminogeni, mediaticamente fascinosi, tra film dell’orrore e commedia della disperazione. La totale incapacità di leggere l’altro come soggetto di diritto, dunque come persona, fa da pendant alla struttura relazionale di gruppo centrata su modalità omertose e claniche inclini al pieno riconoscimento di codici delinquenziali, con la provincia italiana che, per l’ennesima volta, si mostra fucina di mancate integrazioni sociali, di visioni irrealistiche dell’esistenza e derive malavitose costruite come opportunità di vita praticabili nell’indifferenza per ogni orizzonte normativo.

Nella sconfitta di questi giovani si legge anche la crisi di una struttura sociale basata sul valore dell’autonomizzazione dell’io e sulla lettura della realtà ispirata dalla propulsione soggettiva. Quel che emerge appare il risultato di un lento e profondo processo di sfaldamento delle condizioni della convivenza civile, percossa dall’iperbole individualistica e dall’orgoglioso, quanto inconsapevole, rifiuto di criteri accettati come limite all’agire orientato ad uno scopo.

Si discute molto della cultura Millennials, timbro sociale di una generazione che esprime l’esigenza divorante del “tutto e subito”, agitata da un ego tirannico, narcisista e dispersivo. Spesso si tratta di giovani e giovanissimi che vogliono lavorare per lasciare il segno, percependosi come biografie dell’eccellenza votate al costante riconoscimento, blanditi da una scuola che fa solo carezze in base ad «un egualitarismo al ribasso, di saperi minimi e predigeriti per non turbare eccessivamente le menti giovanili» (G. Zollo) e cullati dalla famiglia adolescente che amministra le sue immediate inadempienze sul sistema di personalità in formazione.

Le intermittenze formative delle agenzie di socializzazione li fanno sentire “esseri speciali” e ciò rende possibile la costruzione di dimensioni d’esperienza ispirate dai nuovi e pervasivi “dispositivi indisciplinari” capaci di rendere invisibile il condizionamento sociale nella costante moltiplicazione eterodiretta delle traiettorie d’azione. Inscrivendosi alle compagini degli ansiosi motivatori di giovani disorientati dai paradossi sociali (massima libertà che determina insidiose dipendenze; massima capacità di legame che genera difficoltà sentimentali; massima disposizione di mezzi d’istruzione che genera neo-analfabetismi, ecc.), lo scrittore inglese Simon Sinek sostiene che i Millennials – contrariamente a quanto accade – dovrebbero essere socializzati alla virtù della pazienza, senza farsi irretire dalle ricompense spersonalizzanti delle competenze sociali, il tutto per ottenere «il miglior equilibrio possibile tra sé e mondo, tra vita e tecnologia».

Come dimostrano i fatti di Monte San Giusto, sovente gli universi giovanili svelano la lateralità del percorso imitativo/identificante dei contesti familiari le cui logiche iper-protettive nascondono la scomparsa di modelli formativi di riferimento, con genitori “liquidi” che, o costruiscono il proprio ruolo ricercando paradossalmente proprio dai loro figli conferma e legittimazione, oppure se ne distanziano precocemente, incapaci di veder collimare la propria e la loro sconfitta. Tuttavia, la matrice economicistica ed iper-competitiva del riconoscimento sociale fa si che molte persone giovani, entrando nel mondo del lavoro, scoprano immediatamente di non essere poi così speciali e che le cose non accadono solo perché le si desidera.

Nell’equivalenza tecnologica dell’agire e dell’esperire, in una condizione che lo storico dell’informatica Massimo Mantellini definisce di «bassa definizione», dobbiamo essere bravi a mantenerci felici sul web, con l’interazione sui social che creando sia appagamento che dipendenza, moltiplica gli effetti di insidiose dissonanze cognitive, scavando una profonda discrepanza tra ciò che vorremmo e ciò che riusciamo ad essere, sempre contenuti nella dinamica performativa della happyness.

Gli effetti dell’allevamento mediatico si evidenziano nella mancata predisposizione della mente umana a porsi e porre domande, nel rifiuto di destrutturare la trama fittissima delle realtà apodittiche, prigioniera della sua incapacità di riflettere la veridicità o l’assurdità di gran parte delle proposte visuali e dunque di sottrarsene esprimendo il ripristino logico di una storia. In fin dei conti, il modello del tutto e subito (o modello Google), è il feedback socio-tecnico sulla mente umana della “cultura dell’esonero” che ci spinge in una dimensione relazionale di gratificazioni istantanee: si vuol vedere un film? C’è Netflix; si desidera conoscere qualcuno? Ci sono le App di dating, ecc.

Il retrogusto tragicomico di certi fatti di cronaca deriva dalla consapevolezza dell’avvenuta distruzione di tutti i meccanismi sociali che connettevano l’esperienza dei contemporanei a quella delle generazioni che ci hanno preceduto e sempre più spesso, tocca alle forze dell’ordine ed alla magistratura rimettere insieme le membra disarticolate di fantocci biografici grottescamente impegnati a scatenare la propria fantasia per i labirinti dell’esclusione e della devianza.

Sociologo della devianza e del mutamento sociale

 

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