Dalle turbosoffianti ai ballari l'illegalità che prospera in mare

Giovedì 7 Novembre 2019 di Roberto Danovaro
Lunedì scorso su Rai3 è andata in onda la trasmissione di Report dove sì è parlato di un argomento poco conosciuto dalla maggior parte dei lettori ma di grande importanza: la pesca illegale del dattero di mare. Si tratta di un piccolo bivalve che assomiglia ad una cozza allungata di colore marrone che vive e perforando le rocce calcare e in tutto il litorale italiano e del Mediterraneo. Questo bivalve estremamente pregiato, viene venduto anche a 200 euro al kilogrammo. Tuttavia, la sua raccolta è assolutamente illegale, così come la sua importazione, vendita nei ristoranti o in pescheria e il suo consumo. L’indagine raccontata da Report centinaia di persone, sia pescatori illegali, sia ristoratori disonesti, sia consumatori compiacenti. Il problema della raccolta di questo frutto di mare e che per farlo vengono devastate le scogliere, ricchissime di vita e di biodiversità, in modo praticamente irreversibile. A distanza di trent’anni le rocce distrutte dalle martellate dei pescatori di datteri appaiono ancora deserte e come il primo giorno dopo la loro devastazione. In aggiunta recenti studi scientifici hanno dimostrato che molte regioni del Mediterraneo i datteri di mare contengono elevate concentrazioni di contaminanti, e in particolare di metalli pesanti come cadmio e piombo. A causa della loro lunga vita, accumulano molti elementi nel tempo e le loro carni contengono prodotti tossici in concentrazioni superiori ai limiti di soglia definiti dalla comunità europea e dell’organizzazione mondiale della sanità. Quindi, oltre al danno ambientale, la beffa alla salute. È bene ricordare che chi acquista prodotti illegali rischia la galera e si intossica. Tuttavia, la pesca del dattero di mare ci riguarda da vicino perché colpisce anche a casa nostra, le Marche. Qui da noi non esiste il dattero classico (Lithophaga lith ophaga), ma la raccolta del dattero bianco, il Pholas dactylus. La detenzione, la commercializzazione e il consumo di questo bivalve sono vietati dal 1988 e successive proroghe e del Reg. CE 1967/2006. Questo bivalve viene pescato con le stesse modalità nelle coste e del nostro litorale. La sua pesca illegale continua con notevoli danni per l’ambiente. È sufficiente fare un’immersione lungo la riviera del Conero per vedere un numero enorme di rocce con evidenti segni di martellate e abbandonate sul fondo dopo essere state deprivate e del loro prezioso contenuto. Molti marchigiani non lo sanno che acquistando questi prodotti in qualche pescheria compiacente o in ristorante disonesto o anche da amici stanno commettendo un crimine. Ma alla luce dell’indagine nazionale in corso, durata alcuni anni, è bene che stiano molto attenti. Il lavoro encomiabile della guardia costiera italiana, non solo quella di Salerno che ha portato al servizio di Report, ma quella di tutte le nostre regioni permetterà di abbattere questo fenomeno colpendo i responsabili della pesca illegale e i commercianti disonesti. Alcuni pescatori illegali o le loro imbarcazioni sono ben conosciuti dai pescatori onesti. Ma possono spesso contare su tolleranza, appoggi, soffiate e pali che gli avvisano quando arriva la motovedetta della capitaneria. Spero che però questo finisca presto e invito ogni lettore che è a conoscenza della vendita e del consumo dei bàllari di segnalare la cosa a questo giornale o alle autorità competenti affinché si possano subito individuare i responsabili e fermare questi atti di illegalità. Purtroppo, non sono le uniche attività di pesca illegale. Martedì della scorsa settimana alle sei del mattino mentre viaggiavo sulla nostra A14 verso nord all’altezza tra Senigallia e Marotta ho potuto contare distintamente almeno una quarantina di turbosoffianti, le imbarcazioni addette alla pesca delle vongole, raccolte in un fazzoletto di mare. Mare calmo e sole albeggiante, quasi un panorama bucolico, se non fosse che almeno 35 imbarcazioni si trovavano a meno di 100 m dalla riva, mentre per legge dovrebbero pescare solo dopo 0.3 miglia, ovvero oltre 500 m di distanza dalla costa. Mi sembra un’ ennesima, reiterato e spudorato atto grave di illegalità, che continua a essere fatto con la tranquillità di chi si sente sopra la legge. È una piaga che va eliminata. Le turbosoffianti determinano danni gravissimi ai fondali marini. Specialmente se sotto costa. Il danno causato da questa forma di pesca illegale, così come la raccolta di datteri di mare si ripercuote su tutti cittadini che vedono habitat naturali distrutti e una perdita della capacità di pesca e della capacità di servizi ecosistemici. È un po’ come distruggere monumenti storici per farne mattoni. Una follia, eppure è quello che stiamo facendo. Speriamo che la guardia costiera riesca a trovare le risorse e la forza di arginare il fenomeno.

*Docente all’Università Politecnica delle Marche e presidente della Stazione zoologica-Istituto nazionale di biologia, ecologia e biotecnologie marine
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