Londra, declino economico non legato solo alla Brexit

Mercoledì 22 Giugno 2022 di Donato Iacobucci
Londra, declino economico non legato solo alla Brexit

La copertina e il principale articolo dell’ultimo numero dell’Economist, il settimanale inglese di politica ed economia, sono dedicati alle cause del declino economico del Regno Unito. Un declino che non è dovuto alla Brexit, che ha sicuramente contribuito, ma che secondo l’Economist ha radici lontane. È infatti dalla crisi del 2008-2009 che il Pil del Regno Unito cresce meno dei principali paesi industrializzati. La principale spiegazione di questa non brillante performance è attribuita alla bassa crescita della produttività del lavoro. Fra il 1997 e il 2007 il valore del prodotto per ora lavorata nel Regno Unito è cresciuto meno della media e ciò ha determinato un crescente divario negativo nei confronti di Germania e Stati Uniti. Prima di proseguire nell’analisi delle cause e dei possibili rimedi è forse il caso di chiarire la ragione per la quale dovrebbero interessarci i problemi dell’economia britannica. La ragione è nel fatto che la bassa produttività del lavoro è proprio il problema che affligge l’economia italiana in generale e quella della nostra regione in particolare. La performance italiana nel periodo considerato dall’Economist è stata non solo inferiore a quella del Regno Unito ma di gran lunga la peggiore nell’ambito del G7, cioè delle principali economie di mercato. Il tema della produttività del lavoro assume ancor più rilevanza nel nostro paese a causa della riduzione delle persone in età da lavoro nei prossimi decenni. In questa prospettiva il PIL può crescere solo aumentando le ore di lavoro per occupato (abbastanza improbabile) o aumentando il prodotto per ora lavorata. Per chi ritiene che la riduzione del PIL non sia un problema è il caso di ricordare che da esso deriva la possibilità di finanziare i servizi pubblici essenziali oltre che il livello di benessere generale. Con la transizione ecologica e digitale possiamo cercare di mantenere il benessere riducendo al contempo la produzione di beni e il loro impatto ambientale; ma nel breve periodo ciò richiede investimenti e nel lungo periodo un incremento, piuttosto che una riduzione, del valore aggiunto per ora lavorata poiché le nuove produzioni dovranno inglobare un contenuto maggiore di conoscenza. La bassa produttività del lavoro ha due principali conseguenze. La prima è quella di farci competere su produzioni a basso valore aggiunto; ciò ci espone alla concorrenza dei paesi a più basso costo del lavoro, innescando un’ulteriore pressione al ribasso delle retribuzioni. La seconda conseguenza è proprio sul livello delle retribuzioni che è strettamente connesso alla produttività. Il divario delle retribuzioni italiane rispetto a quelli degli altri paesi europei è spiegato proprio dal divario di produttività che il nostro paese ha accumulato negli ultimi decenni. Il basso livello delle retribuzioni ha due effetti. Da un lato scoraggia l’offerta di lavoro nelle fasce con minori livelli di qualifica, creando problemi alle imprese nella copertura di queste posizioni; è ciò che sta avvenendo nel turismo, in agricoltura o nelle costruzioni. Il secondo effetto è quello di indurre le persone con elevati livelli di qualificazione a cercare migliori opportunità di impiego all’estero. E’ un fenomeno che riguarda l’Italia in generale e le Marche in particolare che da alcuni anni presentano un saldo negativo fra ingressi e uscite di giovani con elevati livelli di scolarizzazione. Come per il Regno Unito anche per il nostro paese l’unica strada per invertire queste tendenze è quella di creare le condizioni per un deciso incremento della produttività del lavoro. La ricetta per farlo è nota. Per il sistema pubblico si tratta di investire con maggiore decisione nell’istruzione e nella ricerca; per il settore privato si tratta di elevare la capacità innovativa. Obiettivi semplici da enunciare quanto difficili da mettere in atto. L’età media dell’elettorato cresce continuamente e alla politica si chiede di assicurare i livelli di spesa corrente piuttosto che investire nel futuro. L’Economist si mostra scettico sulle possibilità dei policy maker britannici di affrontare questa sfida. E’ facile immaginare a quali conclusioni arriverebbe se considerasse il caso italiano.


*Docente di Economia alla Politecnica delle Marche e coordinatore Fondazione Merloni
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