Il declino di Venezia come profonda crisi della capacità di abitare lo spazio sociale

Martedì 26 Novembre 2019 di Rossano Buccioni
Acqua alta a Venezia
In che senso il destino di Venezia è anche quello del nostro presente? I picchi di acqua alta in laguna, oltre ad evidenziare i drammatici effetti dei cambiamenti climatici in atto, hanno sollevato interrogativi sulla forma-città e sulla crisi dell’abitare nell’epoca contemporanea. L’agonia di Venezia riporta la riflessione sul parallelo tra spazio fisico e spazio mentale nel nostro tempo, dato che abitare è sempre un abitarsi. Sembra infatti che nella società funzionalmente differenziata – quella liquida, quella in cui si dissolve tutto ciò che è solido – ad andare in crisi sia l’Habitus, il sostrato storico-sociale che non solo faceva da sfondo ad una specifica filosofia abitativa, ma anche alla modalità di percepirsi e di rappresentarsi prima della comunità politica. Il declino dell’abitare luoghi legati a specifici significati, si esprime come crisi di habitus, cioè di uno specifico modo di essere, agire e disporsi alla vita dentro un inconfondibile tessuto urbano. L’abitare non denota solo il mantenersi in un luogo, ma il saper corrispondere al senso di quel luogo, rispettando i codici di senso che lo qualificano. L’antropologo sociale Paul Connerton, studiando le dimensioni spaziali di una cultura, ha verificato come le trame urbanistiche abbiano occupato un ruolo cruciale nella conformazione della memoria culturale, che è in larga parte memoria dell’abitare. Se una città come Venezia coincide con una particolare topografia della memoria che lega ogni luogo ad un sistema di significato, appare altrettanto evidente che anche la cultura contemporanea costruisce spazi che assumono spesso un significato alternativo rispetto all’Habitus storicamente incarnatosi in una identità di luogo. Oggi agli spazi urbani viene chiesto di favorire una generale amnesia culturale attraverso tre dispositivi che agiscono in contemporanea: l’insediamento umano dettato da bisogni sempre nuovi e pressanti; l’adeguamento delle trame urbane ad una cultura della velocità e dell’immagine; la frequente distruzione e riproposizione dell’ambiente edificato per inseguire bisogni imposti nella società di mercato. Se queste tre diverse fattispecie hanno trovato espressione a Mestre o Marghera - risparmiando il delicato tessuto urbano di Venezia - hanno però consegnando la città dei Dogi ad un destino museale, storicizzando il senso del luogo ed imbalsamando l’habitus vitale di un tempo. Lo storico dell’architettura Giuliano Gresleri ha studiato il concetto di Finis Urbis; il termine finis sta per confine - nel caso veneziano il mare - che è tale nel senso di garantire proprio nel limite la principale possibilità di espansione della città lagunare e di risoluzione del disegno civile espresso da un unicum urbano di tipo anfibio. Il limite per la maggior parte delle città è sempre stata la cinta muraria - moltissimi i casi nelle Marche - che rappresentava anche il “giungere al termine” del progetto cittadino, centrato sulla difesa del codice noi/loro e delle sue molteplici rappresentazioni. Mentre il finis di altre città storiche sarebbe stato cancellato dalle inurbazioni periferiche, cresciute non in forza di un disegno identitario stabilito, ma dentro modelli di vita che la differenziazione sociale ha imposto, il limite veneziano coincide oggi pure con la sua principale risorsa: il turismo. Se le città smettono di riproporre nella propria memoria architettonica il genius locii fondativo, iniziando a conformarsi ai bisogni mutevoli delle persone, diventerà sempre più difficile riappropriarsi del senso dell’identità di luogo. Lo scrittore Francesco Erbani sostiene che Venezia muore perché estromessa dal suo tempo, nel senso che la monocultura turistica è riuscita a modificare la preesistente cultura dell’incontro che faceva della città lagunare una mano tesa e un braccio armato orientati sulla costruzione della potenza come arte del dominio politico e culturale. Venezia non è stata una città ideale, ma un ideale di città che ha tentato di far coincidere l’idea con la funzione e la bellezza con il comando. Fino a livelli di differenziazione sociale accettabili, per una città/mito questo può essere possibile, ma per una città come Venezia, definita da molti come luogo “ad alta intensità estetica”, l’abitare dovrebbe ritornare a garantire cura di sé attraverso la cura dello spazio, dando coerenza alle intenzioni del progetto originario che provano a resistere in quelle degli attuali, sfiduciati, residenti. Il costruire-edificare ha lo stesso significato del coltivare in agricoltura e la perdita del luogo inteso come centro di significati, lascia il posto alla prepotente espansione dell’uniforme, cioè di quei flussi urbani che già Italo Calvino nelle Città Invisibili vedeva accelerarsi dentro una spiccata mercatizzazione dello spazio. Nel corso dei secoli infinite quantità di materia sono state adattate alle esigenze di Venezia come progetto/città unico. Ora accade il contrario, ed è la città che deve piegarsi al suo destino definitivo di enorme vetrina, evidenziando svariate forme di consumo dello spazio urbano. I turisti consumano a Venezia dimensioni dell’abitare che nelle loro città sono state azzerate, ma così facendo, impediscono ai veneziani di ricrearle a beneficio del loro specifico senso del luogo. Il poeta e critico d’arte britannico John Ruskin scrisse: «Giace Venezia ancora dinanzi ai nostri sguardi come era nel periodo finale della sua decadenza: un fantasma sulle sabbie del mare, così debole, così silenziosa, così spoglia di tutto all’infuori della sua bellezza che qualche volta quando ammiriamo il suo languido riflesso nella laguna rimaniamo incerti quale sia la città e quale l’ombra». Il sortilegio della serenissima ci consuma perché sentiamo che nel destino di quelle pietre si rispecchia anche il nostro.

* Sociologo della devianza e del mutamento sociale Ultimo aggiornamento: 30 Novembre, 19:40 © RIPRODUZIONE RISERVATA