Lo scambio linguistico da motore della relazione a minaccia infettiva

Martedì 24 Novembre 2020 di Rossano Buccioni

La pandemia ha stretto nuovamente le città europee nella morsa del silenzio e della paura, riducendo le trame urbane a non-luogo potenzialmente infettivo, sottraendole alle “dinamiche storiche dei sistemi di cittadinanza che le hanno forgiate” (G. Botta), costringendole a riproporre - nelle loro stratificazioni storiche – lo svuotamento e la sospensione come trincea in cui la società complessa lotta con un virus che le nega le sue economie, le sue iconografie ed i suoi linguaggi.

La parola, porta di accesso alla communitas che è comunione di sentimento e di habitus, nella pandemia può produrre patologia nel suo prodursi bio-meccanico. Mentre un’azione linguistica può produrre immediatamente i suoi effetti – se è informativa devia l’interpretazione di alter che sceglie diversamente – l’emissione contagiosa li svela a distanza, rivelando una dimensione dello scambio linguistico pericolosa a prescindere dai contenuti simbolici che vi si associano. Se prima dell’emergenza dovevamo prestare attenzione alle conseguenze che lo scambio linguistico produceva nell’interazione immediata e nell’esercizio delle nostre competenze sociali ora, al contrario, dobbiamo affidare alla verbo-articolazione lo stretto necessario del senso, denaturando lo spazio sociale dell’incontro e riducendo l’universo del linguaggio all’immediatezza del bisogno. Le persone debbono tutelare il significato affidato ed incorporato nella parola dalla sua pericolosa ombra biologica che, lasciandone intatto il significato, ora minaccia con l’inesorabilità dei determinismi virali.

La distanza tipica di ogni rituale di sottomissione e di riconoscimento/accreditamento (deferenza, saluto, commiato) risulta abolita, con automatismi del distanziamento attuati in luogo di quelle che prima dell’emergenza erano le scansioni spaziali tipiche della presenza e dell’avvicinamento all’altro, mentre ora la strada è ceduta repentinamente da ego ad alter per calcolo subitaneo, riconvertito malamente in galateo dall’asfissiante paura del contagio. Il distanziamento forzato è una forma di quarantena dell’intenzione che relega la persona al grado zero delle sue interazioni. La parte animale del linguaggio oscura la sua determinante culturale e simbolica che, risultandone gravemente minacciata, è costretta a servirsi piuttosto sbrigativamente del suo approdo relazionale. I neurologi Paolo Pinelli e Fiorenzo Ceriani, nel loro monumentale “Rappresentazioni e processi del parlare”, scrissero che “gli articolatori verbali hanno raggiunto nell’uomo lo sviluppo più completo (….).

Il respiro cd “di riposo” serve per il metabolismo della raccolta di ossigeno e per l’eliminazione di anidride carbonica e vapore acqueo; esso deve essere modificato e potenziato per produrre il cosiddetto respiro verbale. Le corde vocali vengono contratte per la generazione delle componenti fonetiche del parlare: ristrette durante la spinta d’aria operata dal sistema respiratorio, successivamente si contraggono, permettendo la liberazione di sbuffi d’aria alla frequenza di circa 200 Hz nella donna e di 110 Hz nell’uomo”. Il Covid si serve agevolmente di tutte le fasi dell’atto linguistico introducendovi i rischi tipici della dimensione propulsiva del contagio; ciò impone la necessità di sorvegliare il linguaggio in presenza a partire dalle insidie costituite dalla sua matrice biologica, con il “bada come parli” che ora diventa “bada alla distanza che rispetti nel parlare”. Il linguista Claude Agège sosteneva che “il funzionamento della nostra società è affidato ad un fitto scambio di informazioni, domande, ordini, operato attraverso il linguaggio perché noi siamo uomini fatti di parole”. Ora in quella facoltà familiare e quotidiana che è il linguaggio si innesta un’involontaria dimensione vettoriale che, anticipandone l’intenzionalità relazionale, lo muta in strumento patologico, ripopolando di paure ataviche la nerboruta metafora “dell’influenza culturale”.

L’antropologo Edward Sapir trattando il tema dello scambio culturale tra universi linguistici, scrisse che “il più semplice tipo di influenza che una lingua possa esercitare su un’altra è il prestito (borrowing) di parole”. Subito ripristinata in caso di effusioni spontanee (ora dienute temibili disattenzioni), la distanza - cifra spaziale della relazione di prossimità - diviene preziosa posta in palio e pre-requisito di una comunicazione che si muta spesso in grottesca declamazione, su di un palcoscenico sociale fatto di distanze reciproche innaturali, per partners comunicativi igienizzati e distanziati. Per sottolineare ancora l’implacabile determinismo che il Covid realizza a partire dalla natura pro-sociale delle relazioni verbali, l’etnologo Fabio Ceccarelli, studiando la funzione sociale del riso, scrisse che “nel ridere insieme gli individui non sono più estranei, ma in relazione sociale fra loro, relazione che va esaurendosi rapidamente se non ripristinata da altro sorriso/riso e legame sociale, così da impedire che le interazioni di estraneità debole non si allentino determinando estraneità forte, ma si stringano verso la socialità”. La tragica rivincita della necessità biologica sulla libera costruzione relazionale del sistema di personalità, determina un’atmosfera di pesante inversione del normale in eccezionale. Ne deriva una condizione di smarrimento sociale assai forte a motivo dell’inaudita quanto drammatica metamorfosi della parola che da atto (anche terapeutico) diviene minaccia sanitaria, con la medesima muscolarità delle “parole che feriscono” ridotta a ben poca cosa di fronte alle nuove occorrenze infettive capaci di parassitare la prassi normale dello scambio verbo-articolato.

* Sociologo della devianza e del mutamento sociale
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