Una ricchezza tutta digitata ma senza abolire il contante

Sabato 28 Agosto 2021 di Pietro Alessandrini
Carte di credito e bancomat per i pagamenti del futuro

Dobbiamo chiederci se sia giusto arrivare ad abolire l’uso del contante (banconote più monete spicciole) per i pagamenti. La tendenza va in questa direzione, a favore di pagamenti con strumenti digitali, tramite cellulare, carte di credito o bonifici bancari via internet. Anche il sistema dei pagamenti è soggetto all’evoluzione tecnologica. Nel tempo si è passati dalle monete d’oro, con un valore nominale pari a quello sostanziale, alla moneta fiduciaria, senza valore sostanziale. Le nostre banconote in euro sono foglietti di carta il cui valore non corrisponde al valore nominale di 50, 100 o 200 euro, con il quale paghiamo e accettiamo di essere pagati. Foglietti evoluti che racchiudono tanta tecnologia cartacea per evitare le contraffazioni. Hanno anche un alto valore simbolico. Perché vi sono raffigurate immagini emblematiche, di personaggi rappresentativi dell’identità del paese che le emettono. Giuseppe Verdi o Maria Montessori nelle vecchie lire, la regina Elisabetta sulle sterline, George Washington sui dollari. Non però le banconote in euro, per le quali si è optato a favore di immagini di porte aperte e ponti, a testimoniare il processo di integrazione tra mercati e popoli che l’unione monetaria favorisce. Con la moneta digitale tutto ciò sparisce: restano solo numeri, cifre asettiche che rappresentano valori computerizzati. Intendiamoci, anche se i simboli hanno un significato, i problemi dell’abolizione del contante sono altri. Anche perché la smaterializzazione degli strumenti monetari e finanziari è già in atto da tempo. I certificati rappresentativi di azioni e dei titoli di stato che possediamo non sono più stampati. Con un click sul nostro Pc possiamo venderli o acquistarli all’istante in qualunque parte del mondo, senza scambi cartacei. Pertanto la nostra ricchezza è tutta digitata, a parte i beni immobili e le banconote custodite nei nostri portafogli, pronte per essere spese. In alternativa le banconote le possiamo depositare in banca, così che il deposito bancario è l’altra principale forma di detenzione della moneta. I problemi importanti sui quali riflettere sono almeno quattro. Il primo è un problema di concorrenza: se abolissimo il contante, le banche avrebbero il monopolio dei pagamenti, a parte il sistema a sé delle monete digitali. Non sarebbero più costrette a remunerare i depositi con tassi di interesse positivi per battere la concorrenza del contante. Già ora il deposito in conto corrente è a tasso zero e in più subisce l’aggravio di diversi costi, che rende il rendimento negativo. Ma il suo costo viene calmierato dalla possibilità di preferire in alternativa il contante, finché esiste. Il secondo importante problema è legato all’analfabetismo informatico della popolazione, soprattutto anziana. Per fare pagamenti digitalizzati bisogna superare il muro di password, codici, messaggi di verifica e controllo che richiedono tempo, attenzione e competenza. Oltre alla disponibilità di strumenti che non tutti hanno o sanno manovrare. Il problema dell’analfabetismo monetario non è nuovo. Era ben presente in passato, quando per facilitare chi non sapeva leggere le banconote in lire erano di dimensione via via maggiore a seconda del valore rappresentato, fino ad arrivare a un foglio A4 per le diecimila lire! Superato questo problema, ora le banconote sono standardizzate. Per identificarle bisogna però leggerle. Con il vantaggio di riconoscere le falsificazioni. Che sono il terzo problema, visto che sono sempre in agguato: recentemente ho scoperto di avere nel mio portafoglio 3 monete da 500 lire, che mi sono state date di resto al posto delle monete da 2 euro, senza che me ne sia accorto perché a prima vista appaiono simili. Una sottrazione di valore pari a più di 4 euro. Dal problema delle contraffazioni non sono però esenti i pagamenti digitali, che sono soggetti ai rischi di pirateria informatica. L’ultimo numero dell’Espresso riporta una casistica preoccupante per la sicurezza dei nostri patrimoni finanziari, che sono tutti digitalizzati. Ciò spingerebbe ad aumentare le barriere protettive, a vantaggio della sicurezza, ma a scapito della facilità d’uso e dell’analfabetismo di cui si è detto. Infine, il quarto problema è di natura fiscale, che più sta a cuore ai governi. L’uso dei pagamenti in contante non lascia traccia favorendo l’evasione fiscale. Verissimo. Però abolire per questo il contante corrisponderebbe a gettare via il bambino con l’acqua sporca. La via maestra per combattere l’evasione sarebbe contenere gli sprechi di spesa pubblica per poter di conseguenza ridurre l’onere fiscale. Ogni altra soluzione è di ripiego o comunque aggirabile. Come quella di porre limiti amministrativi al pagamento in contanti, come è stato fatto, ma che sono difficili da controllare. E’ evidente che l’evasione che conta deriva da pagamenti di valore elevato senza fattura. L’opposto di quanto previsto con il sistema cashback. Del quale sono sufficienti pochi dati per dimostrarne l’inefficacia. Gli aderenti sono stati vincolati a compiere non meno di 50 pagamenti con strumenti elettronici (principalmente bancomat), per una spesa complessiva di non più di 1500 euro, che ha dato diritto a un bonus massimo del 10%, pari a un vantaggio finale di sole 150 euro. Briciole ai cittadini, impegnati in minispese, ma non per le casse pubbliche, che hanno stanziato ben 5 miliardi di euro. La lotta all’evasione fiscale è stata velleitaria. Alla fine del primo semestre la spesa media è stata di 35,6 euro per ogni operazione registrata dal cashback. A questi livelli il gettito fiscale, da risparmio di evasione, non può che essere stato irrisorio! Non è a caso che Draghi, che di moneta si intende e si trova a fronteggiare ben altre priorità, ha deciso di non ripetere questa esperienza. Nessun rimpianto.

Professore emerito di Politica economica Università Politecnica delle Marche Ancona
Presidente Accademia d’Arte Lirica Osimo

 

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