Anche il nuovo anno scolastico ripropone problemi mai risolti

Mercoledì 15 Settembre 2021 di Donato Iacobucci
Anche il nuovo anno scolastico ripropone problemi mai risolti

Negli ultimi giorni le pagine dei quotidiani italiani hanno dato ampio spazio alla riapertura dell’anno scolastico con istruzioni per alunni e genitori, notizie di cronaca e commenti. I principali problemi evidenziati riguardano la copertura degli insegnamenti, le carenze nella disponibilità di aule, lo stato precario di molti edifici scolastici. Problemi accentuati dall’emergenza da Covid-19 ma che non sono per nulla nuovi e si ripropongono da qualche decennio all’inizio di ogni anno scolastico. Un aspetto che accomuna i tanti articoli sulla scuola di questi giorni con quelli che si leggevano negli anni pre-pandemia è proprio la riproposizione di alcune questioni mai risolte: l’assenza di regolarità nell’immissione in ruolo dei docenti, la carenza di investimenti nell’edilizia scolastica, l’eccessivo numero di alunni per classe (almeno in alcuni contesti). Ciò che stupisce maggiormente non è il fatto che si ripropongano da decenni le stesse questioni (è un vizio nazionale che non riguarda solo la scuola); ma che si tratta di temi solo indirettamente connessi alle carenze del sistema formativo che la scuola italiana ha accumulando nel corso del tempo. L’Italia è fra i paesi industriali avanzati quello con i più bassi livelli di istruzione della popolazione. Siamo anche il paese con il più alto tasso di dispersione scolastica, cioè di abbandono dei percorsi formativi, anche nell’ambito della scuola dell’obbligo. Siamo il paese con il più alto numero di Neet, cioè di giovani che non studiano e non lavorano. E siamo un paese nel quale permangono significative differenze nei processi formativi fra nord e sud, come evidenziato dai test che vengono condotti periodicamente a livello nazionale e internazionale. Nelle società avanzate il legame fra livelli di istruzione e sviluppo è diventato sempre più evidente. Tanto che qualcuno è arrivato a sostenere che i problemi della scuola italiana, sopra richiamati, siano il principale fattore di spiegazione della lunga fase di stagnazione e regressione sperimentata dall’economia del nostro paese da oltre un ventennio. Se già il legame fra istruzione e sviluppo non fosse rilevante è evidente che l’istruzione ha non solo una valenza economica ma anche sociale e culturale. La scuola è il luogo dove dovrebbero formarsi le competenze, le abilità e le capacità critiche degli individui che sono alla base della possibilità di valorizzazione individuale e di partecipazione attiva alla vita collettiva. E’ sempre più evidente che la scuola italiana non riesce ad assicurare questi obiettivi in modo adeguato e, soprattutto, in modo omogeneo fra i territori e fra le diverse categorie sociali. Chi entra a scuola in questi giorni entrerà nel mercato del lavoro nel 2030 o nel 2040 in una società che sarà profondamente trasformata rispetto a quella attuale. Tuttavia, è quasi assente nel nostro paese il dibattito sui contenuti e sui metodi di apprendimento che consentiranno ai nostri giovani di essere cittadini e lavoratori consapevoli nel prevedibile futuro. Così come mancano gli investimenti per adeguare la capacità degli insegnanti alle nuove sfide dei processi educativi. In generale, è assente il senso di urgenza nel risolvere i problemi del nostro sistema educativo. Il risultato è il fatto che l’Italia è l’unico paese avanzato ad aver ridotto la spesa per istruzione nell’ultimo decennio, pur partendo da livelli già inferiori a quelli dei principali paesi della Ue. Con i risultati che era inevitabile attendersi. I prossimi anni potrebbero essere quelli di un cambio di rotta. Ci sono le risorse del Pnrr e abbiamo un ministro dell’istruzione, Patrizio Bianchi, che è sicuramente fra le persone più adatte a proporre e gestire un processo di riforma e di rilancio della scuola. Per un cambio di rotta di questa portata non è però sufficiente un ministro illuminato e competente. Occorre che l’esigenza sia sentita e condivisa dai cittadini e dalle forze politiche che li rappresentano. Malgrado i tanti articoli che si leggono sulla scuola non sembra che questa consapevolezza sia diffusa né che ci sia volontà politica di mettere l’investimento nel sistema dell’istruzione al centro delle scelte politiche nazionali. 

 

* Docente di Economia alla Politecnica delle Marche e coord. Fondazione Merloni

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