Innovazione ed efficienza: la crisi d’impresa continua

Innovazione ed efficienza: la crisi d’impresa continua

di Donato Iacobucci
4 Minuti di Lettura
Sabato 4 Gennaio 2020, 10:35
Il dibattito di politica industriale degli ultimi mesi è stato dominato dal tema delle crisi d’impresa, prima fra tutte quelle di Alitalia e della ex Ilva. Questi casi sono solo la punta di un iceberg costituto da centinaia di tavoli di crisi aperti presso il Ministero dello Sviluppo economico. L’attenzione prestata ad Alitalia e all’ex Ilva è giustificata dal numero dei lavoratori coinvolti e dall’entità delle risorse pubbliche destinate alla loro soluzione. O sarebbe meglio dire al loro rinvio. Nella diversità delle cause e delle circostanze, quello che accomuna le crisi aziendali in Italia sono i tempi biblici in cui rimangono aperte, con conseguente aggravio di costi economici e sociali. Il caso Alitalia può senz’altro considerarsi il più emblematico e disastroso da questo punto di vista; una crisi che si trascina da oltre vent’anni e per la quale si stima che lo stato italiano abbia speso intorno ai 10 miliardi di Euro. Anche nelle Marche non mancano esempi simili, seppure a scala decisamente minore. E’ di qualche settimana fa la notizia della proroga della cassa integrazione fino al luglio 2020 per i quasi 600 dipendenti della ex Antonio Merloni riassunti dalla Jp Industries. La proroga dell’intervento straordinario fa superare allo stesso il decennio, essendo iniziato nel 2008 e da allora continuamente prorogato. In questo caso, come in Alitalia e in tanti altri casi, l’intervento pubblico è giustificato dall’attesa di un piano industriale in grado di risolvere la crisi. Piano che non ha alcuna probabilità di concretizzarsi ma a cui tutti fanno finta di credere. In realtà, in quasi tutti questi casi l’intervento pubblico non serve a risolvere la crisi ma semplicemente a procrastinarla. Interventi giustificati dalla necessità di evitare o ridurre i costi sociali delle crisi aziendali finiscono per essere intollerabilmente costosi per la collettività e di scarsa efficacia rispetto all’obiettivo originario; lasciando i lavoratori in una continua situazione di incertezza e determinando una perdita di professionalità e di motivazione per i lunghi periodi di inattività. Tutto questo è frutto di un atteggiamento molto diffuso nel nostro paese per cui la salvaguardia dei posti di lavoro si otterrebbe congelando quelli esistenti piuttosto che favorendo il cambiamento e l’innovazione. E’ un atteggiamento irragionevole. Uno dei più grandi economisti del secolo scorso, Joseph Schumpeter, introdusse il concetto di “distruzione creatrice” per esemplificare una delle caratteristiche peculiari delle economie di mercato che si fondano sulla continua introduzione di innovazioni e, di conseguenza, sull’espulsione delle imprese meno produttive a favore di quelle in grado di produrre beni con caratteristiche nuove o gli stessi beni ma in modo più efficiente. In questo contesto le crisi aziendali non sono un problema ma parte del normale funzionamento del sistema. Quello che era evidente a Schumpeter quasi un secolo fa è ancor più evidente oggi con l’accelerazione del progresso tecnologico e l’emergere di nuove sfide sociali e ambientali. A cui dobbiamo rispondere favorendo l’innovazione e il cambiamento piuttosto che opporvisi mantenendo in vita imprese poco innovative o poco efficienti. Nello scorso ventennio il mercato del trasporto aereo in Italia è raddoppiato; i lavoratori di Alitalia avrebbero avuto ampie possibilità di impiego in altre imprese del settore se i governi che si sono succeduti non avessero caparbiamente perseguito nell’obiettivo di tenere in piedi la società. Il lavoro è salvaguardato non congelandone l’impiego in imprese inefficienti ma favorendone la rapida riallocazione in imprese più produttive o che meglio rispondono alle mutate esigenze della domanda. Investire per rinviare le situazioni di crisi è doppiamente dannoso: comporta costi pubblici rilevanti, sottraendo risorse ad impieghi maggiormente produttivi, e ostacola il principale vantaggio di un’economia di mercato che è proprio quello di promuovere l’innovazione e l’efficienza. Gran parte della politica industriale del nostro paese è orientata a congelare il passato piuttosto che favorire il futuro, con il risultato di non ottenere nessuno dei due obiettivi.

*Docente di Economia dell’Università Politecnica delle Marche
 
© RIPRODUZIONE RISERVATA