“Fare rete” è la formula giusta ma rimane spesso sulla carta

Mercoledì 4 Dicembre 2019 di Donato Iacobucci
La scorsa settimana si è svolto su questo giornale un interessante dibattito innescato da un’intervista di Adolfo Guzzini. Fra le questioni sollevate dall’interista vi è quella dell’aggregazione, necessaria per conseguire efficienza ed efficacia nell’attività d’impresa e la possibilità di sviluppare progetti comuni. La questione non è nuova; si può anzi affermare che è una delle questioni maggiormente ricorrenti nel dibattito regionale. Questo non significa che vi sia chiarezza sul modo di risolverla; ammesso che la si voglia affrontare. Non dimentichiamo che l’assenza di concentrazione non ha solo connotati negativi e che per molti decenni la frammentazione è stata esaltata come uno degli aspetti fondanti del modello di sviluppo regionale. L’espressione “industrializzazione senza fratture”, coniata dall’economista Giorgio Fuà, indicava proprio uno dei principali vantaggi di tale modello, che era riuscito ad evitare le concentrazioni urbane e d’impresa tipiche dei rapidi processi di industrializzazione. Come hanno sottolineato quasi tutti gli intervenuti nel dibattito, i tempi sono cambiati e quel modello d’industria e di organizzazione territoriale non è più in grado di assicurare adeguate prospettive di sviluppo alla regione. Vi è, quindi, generale condivisione sulla necessità di favorire processi di aggregazione. La questione è con quali modalità, poiché nessuna è neutrale rispetto agli assetti gerarchici e di potere. Alcuni esempi virtuosi si sono già avuti, come l’aggregazione delle camere di commercio in un’unica camera regionale. In questa direzione stanno muovendo anche alcune organizzazioni di rappresentanza, come testimoniato dagli interventi al dibattito. Queste operazioni di fusione consentono risparmi di costi (efficienza) ma anche maggiore unitarietà negli indirizzi (efficacia). Naturalmente non basta fondersi; occorre anche riconfigurare l’organizzazione interna in modo che i guadagni di efficienza e di efficacia siano reali e non rimangano sulla carta. C’è da augurarsi che il modello della “fusione” continui a diffondersi fra le imprese e le istituzioni. Per il momento sembrano maggiormente ricorrenti gli appelli ad un altro modello: quella del “fare squadra”, o “fare rete” a seconda delle preferenze. Si tratta di un modello apparentemente più semplice poiché non comporta conseguenze rilevanti nella distribuzione del potere e della gerarchia: ogni soggetto rimane dov’è e com’è ma si mette d’accordo con altri nel perseguire obiettivi comuni. Investendo risorse nella stessa direzione per fare massa critica oppure in attività complementari per sviluppare sinergie. Potrebbe essere la formazione o l’internazionalizzazione, per rimanere ad alcuni dei temi sollevati nel dibattito. Ho sempre avuto la convinzione che questi appelli al “fare rete” siano in gran parte un esercizio di vuota retorica; soprattutto quando riferiti alla collaborazione fra imprese (ma lo stesso vale anche per la collaborazione fra istituzioni). Dalla teoria dei giochi abbiamo acquisito familiarità con il concetto di win-win per indicare quelle situazioni nelle quali i costi e i rischi della collaborazione sono accettati in vista di benefici per tutte le parti. Per la verità, la teoria dei giochi dimostra anche che ottenere risultati win-win è difficile e che sono più comuni le situazioni opposte; quelle nelle quali tutti perdono poiché i soggetti non se la sentono di mettere a rischio i propri investimenti contando sul comportamento leale degli altri coinvolti. Le situazioni win-win richiedono un elevato grado di fiducia fra le parti e proprio sabato scorso su questo giornale il prof. Valeriano Balloni ci ha ricordato che l’Italia è un paese a basso tasso di fiducia, nel quale i soggetti fanno fatica a reggere comportamenti cooperativi. Le aggregazioni che funzionano sono quelle nelle quali vi è una chiara gerarchia; che si tratti di una filiera produttiva o della gestione di servizi pubblici. Gerarchia significa avere delle regole su chi e come decide e, soprattutto, su chi ha il potere di indirizzo e di coordinamento. Sulla carta “fare rete” è la forma di aggregazione preferibile ma nella gran parte dei casi rimane, appunto, sulla carta.

*Docente di Economia dell’Università Politecnica delle Marche
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