Quando una vita normale diventa sfondo inconsapevole del dramma

Martedì 7 Luglio 2020 di Rossano Buccioni
Nelle ultime settimane due tragici fatti di cronaca hanno inquietato molto la pubblica opinione con il dramma che sovente profitta della porta girevole delle apparenze e della consuetudine per insinuarsi al cuore di esistenze apparentemente normali. «Ogni mese può essere quello buono per perderla»: queste le parole che Antonio Pireddu, un appuntato dei carabinieri in pensione di Filottrano, era solito utilizzare come volontà di conformarsi ad un tragico presagio, quello della perdita della consorte che lottava da tempo contro una grave malattia. Il pensionato si è tolto la vita dopo aver posto fine a quella di sua moglie, tragico esito della lotta in cui l’uomo ha ceduto alla soverchiante dittatura del male. Si è cercato di interpretare questo dramma alla luce di un altro grave fatto di cronaca, occorso tra le province di Milano e Lecco, dove Mario Bressi, un impiegato di 45 anni, ha ucciso i suoi figli gemelli di 12 anni per poi suicidarsi. A differenza dell’omicidio-suicidio di Filottrano, dove il sessantenne ha cercato nella morte una sorta di liberazione della persona malata che accudiva - configurando dunque il caso di “omicidio altruistico” o “suicidio allargato” - nel caso lombardo all’opposto, dominano ira e vendetta: nelle Marche si sarebbe trattato di un “gesto d’amore”, pur sempre listato a lutto, mentre nel lecchese l’odio ha firmato nel sangue l’ennesima tragedia familiare. Nelle dinamiche del “figlicidio”, domina un quadro patologico dettato spesso dall’utilizzo dei figli come contenitori dei conflitti interni alla coppia genitoriale. In casi simili si determina una coesistenza ambivalente di inclinazioni amorose e inclinazioni violente che nel genitore figlicida mettono a dura prova l’autonomia del suo esame di realtà. Quando la straziante anticipazione mentale delle tremende conseguenze del gesto pianificato snerva la percezione di sé, gli automatismi psicotici del passaggio all’azione spazzano via il sistema-famiglia che, in una mail, il padre omicida accusava la sua compagna di aver messo gravemente a repentaglio. Nel progetto di annientamento perseguito dall’uomo - che tiene uniti vittime e carnefice - la mamma dei due gemelli è l’unica superstite, testimone sociale di un progetto di vita stritolato da logiche affettive divaricanti, costretta a giocare un ruolo deciso in esclusiva dal delirio dell’ex compagno che l’ha voluta condannare ad una sorta di ergastolo psichico. A partire dagli studi dello psichiatra Phillip Resnik, si possono identificare – tra le altre – tre specifiche tipologie di questo crimine, solitamente di origine paterna: il figlicidio altruistico (associato a suicidio o “suicidio allargato”) che, rifacendosi lontanamente alla vicenda di Filottrano, è agito nella prospettiva di mitigare sofferenze reali o immaginarie dei figli; il figlicidio del figlio non voluto, che riguarda figli indesiderati o illegittimi, che magari il padre non ha voluto riconoscere. Infine il figlicidio come forma di violenta vendetta nei confronti del coniuge (tipologia in aumento dentro la generale crisi del legame affettivo). Tali crudeli uccisioni configurano un bisogno di vendetta rivolto verso l’altro coniuge o verso le coordinate di ruolo sociale del protagonista, legate alla tipologia di investimento psichico operato sul sistema-famiglia. Qualunque spiegazione si voglia utilizzare, quelle coinvolte attivamente in tali delitti sono organizzazioni di personalità imprigionate in progetti di vita dominati da impulsività e insicurezza, dentro un’immagine di sé conflittuale costantemente rinegoziata dalla percezione di precarietà. Secondo lo psicologo Joyce Mc Dougall, l’uomo contemporaneo sarebbe spesso connotato da una tonalità psichica definita “disaffectation” (it. Anaffettività), ossia una rappresentazione mentale incapace di mobilitare gli affetti, quasi esclusivamente impegnata a sopprimere enormi sofferenze consapevoli. Nella vicenda lombarda amore ed odio si sono saldati in una specie di superiore indifferenza che ha perseguito la morte nel tentativo di affermare una invulnerabilità psichica sottratta dalla relazione con gli altri e con il mondo. Non a caso l’impiegato “Centauro”, ha agito nel tentativo di sabotare le intenzioni di separazione della consorte che – nella sua mente - minavano la coerenza del progetto familiare. Una vita normalissima che, nelle parole dei conoscenti, nulla lasciava presagire, anche se l’uomo già viveva il “tormento dell’anticipazione”, cioè vedersi realizzare il crimine pianificato gestendo le sue conseguenze volute. Lo stesso Mc Dougall propone - per soggetti che non tollerano una modifica del quadro psico-sociale in cui sono inseriti - la definizione di ipernormali, o “normopatici”, persone che fuggono lo slancio emozionale preferendo ricercare ancoraggi psichici nella concretezza dell’agire, come sostegno ad un fragilissimo equilibrio. Ovviamente i due tragici eventi hanno ricevuto una interpretazione sociale opposta, anche se il copione di morte è lo stesso. Se a Filottrano è dimostrata una volta di più la difficoltà nell’attribuzione di senso alla malattia ed alla sofferenza che ne deriva, sospese tra specialismo medico e scarsa solidarietà sociale, nella vicenda lombarda le pulsioni si mostrano incontenibili nel registro simbolico del senso, travolgendo la realtà con conseguenze tragiche, premeditate freddamente e perseguite in modo oggettivante. Italo Svevo scrisse che “a differenza delle altre malattie, la vita è sempre mortale. Non sopporta cure …”, specialmente nel nostro tempo, dove l’azzeramento della funzione simbolica pare un motivo cruciale della psicopatologia, soprattutto perchè dimostra l’inseparabilità della dimensione psichica dalle complesse trasformazioni sociali in atto.

*Sociologo della devianza e del mutamento sociale © RIPRODUZIONE RISERVATA