La vicenda di Silvia e le trame delicate della moderna appartenenza religiosa

Martedì 19 Maggio 2020 di Rossano Buccioni
Nel 2018, la cooperante Silvia Romano si trovava in Kenya per partecipare in qualità di educatrice per bambini, ad un progetto curato dalla onlus fanese Africa Milele. Segnalata al gruppo jihadista di al-Shabaab, è stata rapita e tenuta prigioniera in Somalia. Dopo la sua liberazione, la giovane milanese avrebbe sottolineato di essere sempre stata trattata bene e di non aver subito violenze fisiche o psicologiche. Anche in relazione alla sopravvenuta conversione religiosa, non sarebbero state operate forzature di sorta. Le polemiche sulla liberazione della giovane e l’ondata di odio scatenatasi sui social, vanno interpretati alla luce di un sentimento di diffusa ostilità per alcune manifestazioni di un sentimento religioso che il senso comune dell’Occidente fa fatica a pensare nella sua funzione di superiore integrazione di strutture sociali. Avendo fatto di tutto per de-cristianizzare la nostra società, noi cittadini dell’iper-modernità, o demonizziamo le religioni oppure rivendichiamo - spesso in base a luoghi comuni - il primato della nostra lettura storico-religiosa della realtà, sapendo bene che la società iper-differenziata rende difficilmente traducibili le sue logiche operative nell’antropologia valoriale delle Fedi. Essendo largamente incapace di considerare come scelta di libertà la propria sottomissione al Divino, l’uomo medio teme le identificazioni religiose forti, a motivo delle loro conseguenze imprevedibili che spesso si vengono a creare nel rapporto religione- società. Commentando la vicenda di Silvia Romano, lo psicologo Daniele Torreggiani invitava a « stare in silenzio accettando senza sbandierarla quella grazia a caro prezzo di cui argomentava il teologo Dietrich Bohoeffer, una grazia che chiede di vedere le colpe degli altri dopo averle viste in sé, senza cadere nelle trappole del facile giudizio». Nel pieno rispetto delle scelte della ragazza, appare tuttavia innegabile come alcuni aspetti della vicenda abbiano evidenziato la natura contraddittoria dei legami che la Romano aveva costruito con il nostro contesto culturale. Si tratta di aspetti che hanno spostato il dibattito in corso dal recupero della libertà alla conversione della ragazza; dall’abbraccio con i familiari, alle responsabilità in via di accertamento della Onlus di Fano con la quale Silvia collaborava; dall’appezzamento per il volontariato donativo di tanti giovani al cambio di nome conseguente alla sua conversione religiosa. L’islamologo Paolo Branca, sostiene che «non si cambia religione come se si bevesse un bicchiere d’acqua» ed anche ammettendo una conversione avvenuta in condizioni quasi «normali», interverranno comunque precedenti elementi in qualche modo traumatici a legittimare il distacco dalla Fede di provenienza. Per motivare una conversione si ricorre spesso alla teoria della “deprivazione relativa”, sostenendo che chiunque cambi radicalmente il suo credo religioso, evidenzi un vuoto che intende colmare. In ogni caso prima di una conversione si attiva un processo di “de-conversione”, che in buona sostanza deve recidere le relazioni identificanti con le dimensioni socio-religiose di origine, recisione leggibile in base allo studio delle personalità coinvolte nelle dinamiche determinanti l’appartenenza religiosa. Ciò detto, la sociologia della religione studia diverse tipologie di conversione, tra cui: la conversione “affettiva”, che determina lo sviluppo di legami con un membro della religione cui ci si converte. Nel nostro caso si potrebbe anche pensare alla Sindrome di Stoccolma, essendo il carceriere l’ultimo baluardo dell’umano a cui l’imprigionato è costretto a fare riferimento, sviluppando nei suoi confronti una specie di dipendenza emotiva. Poi si parla di conversione “di risveglio”, organizzata nell’ambito di forti pressioni esercitate dal gruppo cui ci si converte, con l’esperienza che ne deriva che potrà rivelarsi anche breve ed effimera. Infine abbiamo la conversione “coercitiva” con adepti che vivono in comunità chiuse, esposti a pressioni e minacce (che Silvia Romano sostiene di non aver subito). Il ciclo de-conversione – conversione - neo-appartenenza evidentemente non riguarda solo le scelte spirituali della giovane volontaria, ma chiama in causa la sua cultura di origine e la sua famiglia, rivelando elementi di contraddizione (se non di conflittualità), probabilmente a lungo mantenuti in uno stato latente. Il cambio del nome li sintetizza alla perfezione. Il prof. Giuseppe Cimbalo, Ordinario di Diritto Canonico all’Alma Mater di Bologna, sostiene che la conversione all’islam è sempre una nuova nascita, una rigenerazione spirituale che prevede l’adozione di un nuovo nome. Il nome arabo scelto garantisce una nuova identità, utilizzata nel compimento di atti devozionali all’interno della Ummah, la “Comunità di fedeli musulmani” (qui intesa senza specifiche valenze linguistico-culturali), mentre per la burocrazia del Paese di origine, potrà rimanere in uso il nome precedente, fin quando il diretto interessato non intraprenda un’azione giuridica per veder legittimata anche a fini anagrafici la sua decisione di mutare nome. Il nome esprime sempre una relazione familiare e la rinuncia al nome di battesimo appare come scelta che si incarica di risolvere in qualche modo un disagio esistenziale pregresso. Umberto Eco definiva il nome, “la ragione che circoscrive” e dunque il cambio del nome operato da Silvia Romano è il suggello del compimento del ciclo trasformativo di cui sopra; non a caso “Aisha” era la più giovane ed amata moglie del Profeta Muhammad, dotata non solo di vivace intelligenza, ma anche di forte carattere, come quello della giovane milanese, capace di operare una scelta non banale, anche se in contesti di ristrettezza e deprivazione.

*Sociologo della devianza e del mutamento sociale © RIPRODUZIONE RISERVATA