La rappresentazione sociale del corpo tra post-virus e ritorno dell’integralismo

Martedì 7 Settembre 2021 di Rossano Buccioni
La rappresentazione sociale del corpo tra post-virus e ritorno dell’integralismo

Dalle immagini dell’emergenza afgana a quelle delle manifestazioni no vax, è il corpo che - a vario titolo - entra prepotentemente in scena, seguendo cadenze storico-antropologiche quasi regolari. Il corpo della disperazione dei fuggitivi accalcati, una volta svanito il miraggio democratico impietosamente mostrato nella devastazione panicata della minaccia di definitivo sradicamento, non può dispiegare una scena intorno a sé, ma è semplicemente messo in scena per gli appetiti visuali, ed in quanto tale diventa “o-sceno” (anche se perfettamente coperto) in quanto offerto secondo certe a-simmetrie di civiltà che lo fanno più nudo e smarrito di quel che appare. In occidente la costruzione sociale del corpo subisce gli effetti della potente de-costruzione pandemica fino al didascalico ritorno nelle braccia del controllo medico (cui ovviamente oppongono resistenza le diverse modalità con cui la cultura di massa nega i paradossi dell’individualizzazione). In altre parti del mondo il corpo appare attardato nelle sue epopee, scevro dalla rappresentazione occidentale e consegnato all’esotismo tribale della violenza e della sopraffazione ( in particolare del femminile) che elegge nella schiavitù e nella disparità inumana ovvi criteri distintivi capaci di strutturare rapporti di classe, di genere e di status. L’adeguamento sanitario che regola in profondità il governo sociale dei corpi (portato chiaramente alla luce dall’emergenza pandemica) ha tolto il sonno a migliaia di nostalgici custodi della ingenuità - da tempo perduta - nel rapporto individuo/società, con le immagini dei disordini no-vax in diverse piazze europee che a-simmetrizzano la disperazione dell’aeroporto di Kabul, dove “le mani delle madri” (M. Recalcati), affidavano al potere dei pacificatori statunitensi la tutela di futuro incarnata dai corpi dei piccoli messi in salvo, tolti dal brusco precipitare all’indietro della temporalità sociale di quel martoriato paese. Nel primo mondo quella ordinaria è una socialità senza corpo. Il corpo emerge e diventa tema di discussione se è malato, altrimenti si muta in competenza distribuita nell’arco biografico, anche se il corpo rappresenta da sempre la vera matrice identitaria dell’individuo. Senza un corpo a donargli un volto l’individuo non esisterebbe e vivere significa ridurre incessantemente il mondo al proprio corpo, attraverso l’enorme patrimonio di simbolizzazioni che esso vivifica. Se l’esistenza dell’individuo è corporea, la corporeità diventa importante bagaglio di informazioni sulla forma-persona e sui cambiamenti sperimentati sia dalla sua definizione che dai propri modi di esistere nel passaggio da una struttura sociale ad un altra. Da sempre la riflessione sociologica è in difficoltà con la dimensione corporea, in bilico tra dimensione ambientale e pre-requisito funzionale. La spiegazione principale viene cercata nella trasformazione delle percezioni sociali del corpo nelle società industriali avanzate. Se il corpo è un vettore di comprensione del rapporto tra mondo ed individuo, per suo tramite l’individuo farà propria il senso del suo essere al mondo. La crisi pandemica ha messo in latenza questa intensissima “fabbrica socio-culturale della corporeità” e dunque le piazze in subbuglio non ci debbono spaventare più di tanto. La pax sanitaria ritornerà. Da qualche decennio, la maggiore attenzione della sociologia per la questione corporea altro non è se non il corollario di una maggiore visibilità sociale del corpo, indubbiamente legata alla sua crescente problematicità (anche mediatica). Fino a poco tempo fa, il corpo era al centro di un serie di interessi che ricercavano la rimozione del dolore e della morte, modificando le frontiere del vivente nella ridefinizione costante di ciò che è natura e/o cultura, ridiscutendo l’insieme dei parametri biologici e chiamando in causa la persona cui si riferiscono nella realizzazione del sogno del superamento dei limiti assegnati all’esistenza. Questo era lo sfondo ultra-ottimistico della costruzione socio-medica della corporeità prima dello scoppio della pandemia. Si inseguiva “un sogno di eternità” (C. Lafontaine) relativo all’enorme preoccupazione che la salute rivestiva nel contesto sociale differenziato, con la morte che veniva de-socializzata, rubricata a sospensione lacerante del legame tra individuo e gruppi di riferimento. La pandemia scoppia in una società “post-mortale” che viveva una specifica costruzione sociale del corpo, realizzata tra ossessioni securitarie e vincoli salutisti. Cessate le grandi narrazioni, la politica cercava di garantire almeno sicurezza e salute ai cittadini, anche se dentro un costante inseguimento dell’emergenza. Sempre nella fase pre-pandemica, le mutazioni della fabbrica del corpo e della sua ricorrente crisi sociale, proponevano anche la messa in crisi dei modelli di genere sessuale, collegata alle trasformazioni della famiglia e dei ruoli sessuali, proiettando sulla scena sociale nuovi soggetti forti che rivendicano una specifica rappresentazione della corporeità e ne storicizzano le forme tradizionali. Le logiche del post-moderno impongono il passaggio dal modello della gratificazione differita al modello della gratificazione immediata, enfatizzando il corpo consumatore a discapito del corpo produttore ed incendiando la cultura del narcisismo che si lega ad una specifica rappresentazione corporea del Sé. La purezza integralista - come la statuizione giuridica del diritto alla salute - scriveranno ancora sui corpi il destino di questa fase storica, facendo del corpo un “testo” la cui contestualizzazione è sempre più problematica.

 

*Sociologo della devianza e del mutamento sociale

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