La sostituibilità tecnica degli individui e la scomparsa di centinaia di persone

La sostituibilità tecnica degli individui e la scomparsa di centinaia di persone

di Rossano Buccioni
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Martedì 29 Settembre 2020, 04:10
Come si evince dalla ventitreesima relazione semestrale del commissario straordinario del Governo per le persone scomparse, quello di chi sparisce senza lasciare traccia è un fenomeno drammatico con numeri importanti anche nelle Marche. Ad es. nell’anconetano, dal 1974 ad oggi, sono 264 gli spariti e la gran parte è costituita da minorenni: 140 si sono allontanati dagli Istituti cui afferivano, 22 da case famiglia ed in 66 hanno fatto perdere le proprie tracce per scelta volontaria. I sottratti da un genitore sono 5, mentre 9 risultano scomparsi per ragioni tuttora sconosciute. Tra i maggiorenni, in 33 uscirono di casa un giorno qualsiasi e da decenni devono ancora fare ritorno. Il fenomeno della sparizione di persona (Gosthing) riguarda tre diverse tipologie (anche criminose) di scomparsa: volontaria, coercitiva e ibrida (mixed gosthing). Tecnicamente una persona fisica è da ritenersi scomparsa quando si è verificato il suo allontanamento protratto nel tempo dall’ultimo domicilio conosciuto o dalla residenza abituale. Risulta spesso difficile stabilire se tali allontanamenti siano volontari, accidentali o frutto di coercizione. Uno dei momenti più difficili in presenza di casi di sparizione è la conclusione delle operazioni di ricerca del disperso cui fa seguito una dichiarazione di ritrovamento della persona, di rinvenimento della salma oppure una dichiarazione di definitiva scomparsa. Se una persona scompare per subita crudeltà, siamo di fronte ad una sorta di omicidio relazionale, con un ritiro sociale incondizionato ed una risocializzazione violenta della vittima che, senza nessuna elaborazione della sottrazione di identità, ricomincia a vivere nell’esclusiva etero-direzione di un deus ex machina. Invece, se si decide la propria sparizione la si rivendica come atto intenzionale che rivela la mortale sottomissione alle logiche relazionali precedenti cui si cerca di porre drastico rimedio. L’altro scompare per sua scelta o perché subisce una limitazione delle possibilità di agire (prigioniero o menomato). In diversi casi, le persone si allontanano volontariamente da casa, nel tentativo di sottrarsi dalla relazione con un “altro significativo” che viene vissuta come impedimento espressivo e dall’esterno non si riesce a capire se si attui una fuga, una richiesta di aiuto o una protesta. Per converso, l’esperienza esistenziale di ciascuno si fonda sulla presenza di altri significativi con l’antropologo G. Herbert Mead che, non a caso, parlava di “altro generalizzato”, come elemento chiave per la costruzione del sé la cui improvvisa assenza modifica in profondità il quadro delle interazioni che sostiene la vita psichica. Fuggire da altri è dunque sempre un fuggire da sé stessi, una sorta di mettersi in proprio nella fabbrica identitaria, predisponendosi nella giusta condizione per godere da soli una rendita psichica che ci si era costruiti con altri. Se cambia la scena sociale del ruolo, tutto ridiventa possibile perché la trama relazionale in cui siamo inseriti torna a dipendere in gran parte da noi. Di fronte a sconosciuti non è più necessario sostenere il personaggio che si era prima, perché trovandosi al di fuori del vecchio gioco sociale, è facile disfare la trama identitaria. Quando iniziano le ricerche dello scomparso, le domande poste dai soccorritori possono evidenziare aspetti minuti della vita di chi si sta cercando prima ritenuti trascurabili. Quando i soccorritori domandano: «Perché suo figlio era con quelle persone?». «Com’è possibile che lei non conosca il loro nome?», a volte gli interessati vengono resi consapevoli della mole di aspetti impliciti che, allo stesso tempo, li legavano ai congiunti scomparsi, pur istituendo una distanza da chi si credeva sodale e che adesso signoreggia dal rebus silenzioso dell’assenza. Per alcuni, la scomparsa volontaria è una forma eufemistica di suicidio, con la precisa volontà di ferire profondamente i propri cari, cancellando sé stessi senza morire e offrendosi il beneficio di una seconda possibilità dato che, come scrisse Elias Canetti, “ i più importanti divieti di metamorfosi sono sempre quelli sociali”. Diventare inafferrabile quanto inaccessibile (ad es. rinunciando al cellulare o ad internet), può risultare un modo per prendere le distanze da ogni forma invadente di socialità, escludendosi dalla circolazione delle informazioni che prevede la cessione immemore di quelle che ci concernono. Per chi resta, l’assenza improvvisa può anche essere occasione di scoperte sconcertanti perché lo scenario della scomparsa - il proprio quartiere o la propria città - si rivela drammaticamente sconosciuto e con la rappresentazione dell’altro significativo praticamente azzerata, può vacillare anche la rappresentazione di sé, travolta dai dubbi sull’effettiva capacità di valutare i rischi e di capire i bisogni di chi si aveva accanto. I familiari, pur accettando il termine della ricerca, spesso decidono di attivarne una in proprio, mantenendo aperto un orizzonte di possibilità che contempli anche un improbabile un happy end e che legga l’eventuale ritrovamento come risarcimento della costellazione affettiva familiare (reintegrando chi torna o piangendone amaramente i resti). Nella straziante attesa di chi scompare, l’immaginario colma l’assenza utilizzando la costruzione ipotetica e le esperienze pregresse, nel tentativo di ricondurre il dramma personale ad una casistica controllabile. In molti casi si ha la conclusione delle ricerche senza alcun ritrovamento; dal punto di vista psico-sociale si tratta della vicenda più complessa, magari a suggello di un perfetto piano di volontaria cancellazione dell’ingombrante identità precedente. 

*Sociologo della devianza e del mutamento sociale
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