La supremazia della mente sociale è ora in crisi sul mondo biologico

Martedì 27 Ottobre 2020 di Rossano Buccioni

Per lungo tempo la conoscenza umana ha mantenuto una strategia dualistica, basata sull’opposizione mente/corpo, per cui l’attore sociale doveva esser concepito a partire dalle sue competenze razionali nel contesto di una azione sociale che prescindeva dalle componenti propriamente organiche dell’esistenza umana. In tempi di Covid 19 questa visione mostra i suoi limiti, mettendo in crisi la supremazia della mente sociale sul mondo biologico, una volta ridiscussi alcuni parametri interpretativi che impediscono all’uomo contemporaneo di vedere i tanti paradossi che limitano la sua comprensione della realtà. Se diciamo di vivere in una società a rete, non possiamo poi invocare la presenza di un vertice che ci risolva i problemi, anche perché la struttura sociale in cui siamo inseriti - e la conseguente organizzazione di personalità che ci caratterizza - non tollera la normazione esterna delle logiche dei singoli sistemi di azione: non ci possono essere motivi estetici per diventare economisti; religiosi per avere successo come avvocati o motivi morali per diventare grandi scienziati. Se uno può pagarmi la casa che voglio vendere, gliela vendo senza curarmi affatto del suo convincimento politico, magari opposto al mio. Se la società fosse integrata eticamente le operazioni dei singoli sistemi di azione, dovendo ricadere sotto il controllo morale di ego sull’agire alter e di alter sull’agire di ego, sarebbero molto più lente, praticamente inservibili alla ricostituzione continua dei criteri che rendono le relazioni umane fluide, anche se spesso inessenziali. Il nostro inserimento in una società a rete, ricorsiva, dove la logica meramente operativo/strumentale dell’agire non consente l’esistenza di una turris eburnea decisionale e/o valoriale, tipica di epoche a complessità sociale inferiore, concretizza gli effetti delle tante “macchie cieche” relative alla mancata comprensione degli eventi proprio in questo ritorno di fiamma pandemico, dove l’invocazione della decisione calata dall’alto confligge con ciò che nemmeno il rischio sanitario è riuscito a contrarre, vale a dire l’estrema mobilità delle persone, sciolte da vincoli sociali e libere di fluttuare nella contingenza del mondo liquido. Insomma l’emergenza sanitaria costringe una società evanescente (modellata dall’economia) all’osservanza delle regole di una società consistente (rimpianta dalla politica), per giunta, momentaneamente collocata in uno stato d’eccezione sanitario. In una società reticolare - dunque senza vertice - che si fonda strutturalmente sull’equivalenza funzionale di diversi sistemi sociali attraversati dal caotico movimento della forma-persona che insegue i propri interessi, chi ora denuncia l’irresponsabilità del comportamento di milioni di italiani durante la stagione estiva, ignora le dinamiche del deficit model e la crisi del public understanding of science, cioè lo spostamento dalla semplice promozione della comprensione dei fatti scientifici, alla necessaria partecipazione del pubblico per contrastare la crescente perdita di fiducia nei confronti della scienza. Inoltre, il processo di individualizzazione realizzatosi nell’economia di mercato, pone la persona in rotta di collisione con la dominanza medica, che ricercando il monopolio scientifico sul corpo, torna a proporci il solo rispetto di prescrizioni comportamentali, escludendo l’elevata capacità di reinterpretazione delle stesse garantita da altre sfere di azione sociale. Il tema delle opposte dominanze (economica contro medica) fa spesso capolino sui media, specialmente quando il politico di turno lamenta la drammaticità della crisi pandemica che ci costringe a scegliere tra il morire di Virus o di disoccupazione. Nell’attuale contesto di rinnovato allarme pandemico è entrata anche la scuola italiana che da qualche tempo sembra ritornata il fulcro dell’intero sistema-paese (e non lo è); elemento centrale della mobilità sociale (ed ha smesso di esserlo); capace di produrre dati inequivocabili che attestino la sua centralità (al contrario, i recenti dati OCSE-Pisa dimostrano che una percentuale elevata degli studenti italiani non sa né leggere, né far di conto). Allora perché questa enfasi sulla scuola italiana? Se la scuola sta alla società come la parte sta al tutto, dovendo riproporre in ambito formativo quelle che sono le prospettive generali del sistema sociale (individualismo e mercato), dovrebbe esser chiaro come la società funzionalmente differenziata non accetti il carattere sovraordinato delle regole morali o civiche, da intendere come possibile vincolo all’agire orientato empiricamente ad uno scopo. Se il sistema sociale in cui viviamo non può essere integrato moralmente, ma solo economicamente, non si comprende come la scuola possa rifare la persona partendo proprio da valori messi socialmente da parte. Da questa prospettiva gli obblighi che investono la scuola non possono essere di tipo morale, non solo perché la società funzionalmente differenziata non tollera integrazioni morali sovraordinate, ma soprattutto perché la morale da elemento unificante si è mutata in momento divisivo di quella che il sociologo Zigmunt Bauman definiva “la società individualizzata”. La ”macchia cieca” (non vediamo che non riusciamo a vedere) ci impedisce di osservare la realtà coerentemente con le nostre esagerate aspirazioni, ricercando comportamenti condivisi in base ad ipotesi integranti il sistema sociale quotidianamente smentite dalla sua struttura. Il paradosso di una società della conoscenza che produce terrapiattisti e di una civiltà dei diritti che crea fascismi, non potrà essere adeguatamente affrontato se non partendo dalla constatazione che la costruzione della conoscenza sull’uomo e sul mondo debba assumere forme assai diverse, all’altezza delle sfide del presente. 

*Sociologo della devianza e del mutamento sociale

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