L’infinita emergenza educativa nella società della seduzione

Martedì 4 Agosto 2020 di Rossano Buccioni
Le ricorrenti controversie sull’emergenza educativa fanno sorgere un dubbio: le difficoltà della scuola dovrebbero essere considerate per sé stesse o come indicatori di problematiche notevolmente più complesse e sfuggenti? Lo smarrimento in cui versa l’istituzione scolastica rinnova le suggestioni ottocentesche della pedagogia civile di un Edmondo De Amicis, prepotentemente tornato al centro di molte attenzioni, nostalgiche quanto ambivalenti, dato che non riuscendo a guardare avanti si preferisce sempre volgersi a condizioni sociali di minore complessità. E’ di chiara evidenza come gli adulti non ritengano più necessario scandire i passaggi di età e di ruolo dei giovani, i quali si dirigono verso la maturità senza alcuna iniziazione progressiva. Nell’area dell’educazione il vuoto lasciato dall’eclissi dei riti di passaggio sembra essere occupato da inedite agenzie di socializzazione, con esiti spesso preoccupanti. Infatti, una delle strategie paradossali della nostra epoca, consiste nella moltiplicazione di contatti virtuali a fronte della fuga da quelli reali, evitando la compromissione con l’altro dopo averne esasperato la frequenza formale tramite contatti elettronici. La condizione giovanile risulta pienamente investita da tale inedito intreccio tra forme di vita e logiche tecno-scientifiche. A tal proposito, lo scrittore George Saunders, domandosi in che cosa la nostra esperienza comunicativa potesse definirsi propriamente differente da quella di un nostro avo dell’anno Mille, insisteva sul fatto che nella nostra epoca ci leghiamo a molte persone nel rapporto di informazione esclusivamente grazie a medium altamente tecnologici. Insomma, è mutato il tipo di impegno che gli esseri umani chiedono ogni giorno al proprio sistema psichico. Se ciò sia un bene o un male forse lo potrebbe testimoniare l’evoluzione della condizione giovanile come manifestazione della capacità umana di essere all’altezza dei prodotti e delle strutture sociali da lei stessa create. Chi sono i giovani che la scuola cerca di educare? Nella maggior parte dei casi, i genitori ritengono che a far nascere la famiglia sia stato proprio il figlio, contribuendo a trasformare la donna in una madre sufficientemente buona ed innescando nell’uomo la rinuncia al narcisismo virile mutatosi nello status paterno. Qui non si intende abusare del tema della famiglia inadempiente dilaniata dall’incrociarsi di irrealizzabili esigenze soggettive. La psicologa Anna Oliverio Ferraris, trattando ad es. di famiglie “ricomposte”, non manca di sottolineare il forte impegno psico-affettivo di genitori coinvolti pienamente in difficili trame relazionali: «Se al padre divorziato è richiesto di reinventare la relazione con i figli, la condizione di stepfather è invece quella di chi deve farsi spazio, negoziando i limiti di un nuovo ruolo, nel confronto con il “quasi figlio”, la nuova compagna e l’ex marito di questa». Dunque, il forte impegno profuso per conferire alla forma-famiglia il valore di esperienza affettiva realizzante è psichicamente impegnativo, ma destinato spesso a predisporre le offerte formative rivolte ai giovani su una china scivolosa fatta di unicità esperienziali che poi però aumentano la distanza del ragazzo dai requisiti dell’ecosistema educativo e della struttura sociale. La famiglia degli affetti mette in crisi il tortuoso sentiero formativo che un tempo faceva approdare il ragazzo alla legittimazione sociale del progetto pedagogico; per troppi genitori sarebbe impossibile aderire all’ipotesi psicoanalitica del bambino dominato da pulsioni ferocemente egoiste, incompatibili con la vita familiare e sociale. A molti genitori non viene in mente l’incontro/scontro del figlio col sistema normativo sociale, con la famiglia che finisce per adeguare il figlio ad una società accogliente e senza regole. Famiglia e scuola non replicano nella socializzazione del ragazzo modelli di conflitto, ma solo di agevolazione sequenziale e saranno agenzie di socializzazione terze (mode web, sub culture musicali, mondi della prevaricazione, ecc.) a strutturare in proprio percorsi inediti - difficilmente reversibili - di adesione ai modelli sociali dominanti. Allora, pur esistendo formalmente come istituzione delegata a stratificare nella mente del ragazzo regole collegate a valori sociali indiscutibili, la scuola vede ridursi all’inconsistenza questa importante funzione formativa. De Amicis non è convocabile nell’odierno dibattito sul disagio scolastico, né su quello del disagio della scuola come agenzia socializzativa messa in discussione perché dall’insieme delle rappresentazioni dominanti il mondo della genitorialità, si crede che il modello educativo vincente debba fondarsi sulla prospettiva di spingere il figlio a seguire la propria indole. Non sentirsi più al centro del tormentato conflitto fra natura e cultura o tra pulsione soggettiva e regola sociale, fa evaporare la tradizionale paura dei figli nei confronti degli adulti che svolgono funzioni educative e di controllo, con il ragazzo che arriva alla “web socialization” dopo aver attraversato non tanto il fallimento, ma la morbida, discreta, introiezione dell’insignificante strutturazione di ogni agenzia socializzativa concorrente. La deriva funzionale dell’istituzione scolastica nella società complessa che il filosofo Gilles Lipovetsky definisce “parco giochi voluttuoso e vacuo”, esprime un doppio ritardo, quello sulla socializzazione competitiva da un lato e sulla piena umanizzazione dall’altro. I ragazzi che faranno all’autoscontro sulle innovative sedie della Ministra, non sono ne cattivi né indisciplinati; cercheranno di esorcizzare la paura per una inclusione che li chiama ad incarnare modelli umani inediti, senza mediazioni e senza maestri.

*Sociologo della devianza e del mutamento sociale © RIPRODUZIONE RISERVATA