Il corpo strumento di comunicazione in una vita ormai senza esseri umani

Martedì 13 Ottobre 2020 di Rossano Buccioni

Di recente hanno fatto discutere alcune “derive social” di vip abituati alla totale condivisione in rete con i propri fans di ogni momento della loro vita privata e, soprattutto, di coppia: dalle foto del matrimonio a quelle della sala parto in occasione della nascita dei propri figli, dopo la pubblicazione dell’ecografia o addirittura del test di gravidanza. Nello specifico, ci sono due mamme al centro dell’attenzione: l’imprenditrice digitale Chiara Ferragni, il cui primogenito esibiva a favor di telecamera le immagini ecografiche della minuscola sorellina in arrivo e l’attrice Maria Monsè che dichiarava come il nasino rifatto della figlia dovesse rappresentare un chiaro messaggio a tutte le ragazze: se hanno un complesso, è loro diritto superarlo. La sociologa Marina D’Amato sosteneva come un’indagine condotta qualche anno fa su un campione di 1.000 genitori italiani, evidenziasse quanto e come i figli esistano in funzione di un progetto genitoriale competitivo di realizzazione del sé. Il senso di inadeguatezza della condizione adulta costruisce e proietta su quella infantile una sorta di incarico relazionale, una socializzazione permanente per interposta persona. Il deficit di responsabilità che si riscontra nei genitori di oggi ha verosimilmente a che fare con il fenomeno dei bambini adultizzati, con molti genitori immaturi che non riescono ad assumere la funzione ed il ruolo necessari per crescere i figli e inducono spesso, sia pure inconsapevolmente, i bambini a diventare precocemente grandi per poterli vivere come dei pari. La bimba col naso rifatto rappresenta una versione del sogno procreatico del “child design”, progetto astratto di bioingegneria emozionale derivante dal sogno di scegliere ogni carattere somatico del nuovo nato, ovviamente in base ai modelli di bellezza e di efficacia vincenti in un certo sistema sociale. Il lifting costituirebbe un risarcimento sociale per un deficit naturale che negava alla figlia della Monsè la piena adeguatezza al modello di avvenenza e di successo che propongono le immagini mediatiche del femminile. Come sostiene la filosofa Luisa Muraro, «l’esperienza materna è speciale perché è vissuta in due, con un processo vitale in corso che ha le caratteristiche di una autentica creazione». Nella nostra società invece, la madre si trova spesso nella condizione di trascurare il «portare-venire alla luce», dovendo enfatizzare l’adeguamento del figlio all’esterno in una sorta di esposizione precoce ai dettami comunicazionali. In tal modo l’attuale rapporto genitori-figli appare fortemente influenzato dall’ansia prestazionale dell’io adulto che stravolge le dinamiche della socializzazione primaria all’interno di un «progetto capolavoro». In eventi come quelli che commentiamo l’attrito che si venne a determinare tra le cosiddette scienze della vita ed il simbolico materno, ritorna sinistramente sullo sfondo distopico di una «vita senza esseri umani» (Diotima) caratterizzata dalla progressiva trasformazione del corpo in strumento di comunicazione, sistema di segni che, cessando di essere luogo dell’umano, si muta in dispositivo avanzato di adeguamento alle contingenze sociali. L’ideale educativo della famiglia contemporanea, tendenzialmente mononucleare, prevede la realizzazione del sé individuale, che è desiderata per i figli, ma egualmente ambita da parte dei genitori. La cultura dell’istantaneo assottiglia lo spazio vitale tra natura e cultura che, sia per il bambino che per i genitori, era necessario attraversare, prevedendo esperienze ancestrali inerenti la venuta al mondo e l’inserimento in uno specifico ordine simbolico che oggi non riescono a trovare il loro posto nello spazio finemente culturalizzato delle competenze da esibire. Tutto ciò in un clima che vede la condizione adulta, da un lato iper-proteggere e dall’altro sregolare i giovani, seguendo logiche inedite che lo psicologo Jean-Pierre Lebrun definiva con il termine, assai impegnativo, di “incestuale”. Oggi appaiono in crisi tanto il processo di soggettivazione che quelli di umanizzazione ed il confronto intermittente con la grande alterità (la morte, il negativo, l’inconscio) fa si che il soggetto risulti immerso in un mondo che, sempre Lebrun, definisce del “bambino generalizzato”. Le nostre società hanno visto il progressivo affievolirsi degli attributi specifici sia dell’età infantile che di quella adulta, al punto che è sempre più complicato stabilire suddivisioni nette e specifiche responsabilità per classi d’età. Per la prima volta nella storia assistiamo alla costruzione sociale di un membro della famiglia – il figlio - con molti diritti e pochi doveri, un’indubbia condizione di privilegio che alcuni pargoli pagheranno con la progressiva sottomissione della propria vita alle regole della riproduzione sociale e delle sue logiche di spettacolarizzazione. Un bambino i cui genitori, a forza di risparmiargli le “impurità” del reale, lo affidano alla violenza mediatizzata di una società regressiva che abusa in lungo e in largo di lui non facendolo mai crescere. Le analisi del sociologo Erving Goffman riguardanti il c.d. culto dell’individuo centrato sulle micro-interazioni locali che avvengono tra gli individui ed i loro corpi, sembrano smentite dalle esagerazioni social dei personaggi citati, capaci di proporre nuovi rituali di governo del corpo. Se questi prevedevano il controllo dell’intimità e della privacy, la sacralità del sé e dei suoi territori fisici, le decisioni materne di esporre il nascituro alle fameliche logiche visuali o di intervenire sul corpo della figlia, smentiscono ogni “retroscena”, spazio dove non solo ci si può preparare per il quotidiano gioco di facce, ma ci si poteva anche sentire al sicuro dall’azione e dallo sguardo profanatorio degli altri. 

 

*Sociologo della devianza e del mutamento sociale

Ultimo aggiornamento: 15 Ottobre, 21:44 © RIPRODUZIONE RISERVATA
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