Una campagna elettorale che non guarda gli ultimi

Una campagna elettorale che non guarda gli ultimi

di Rossano Buccioni
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Martedì 20 Settembre 2022, 01:10

Il presidente della Comunità di Capodarco, monsignor Vinicio Albanesi, rimarcando la latitanza dei politici sui temi del disagio e della marginalità nella campagna elettorale in corso, ha dichiarato: «Avete continuato a inseguire il sogno del benessere; per questo avete inventato slogan e promesse che sapete bene essere piccole e grandi bugie. Avrete voti e consensi, ma anche il peso di quanti sono considerati un nulla, spesso giudicati con disprezzo». Umanamente è impossibile non sostenere le ragioni di monsignor Albanesi, anche se muove da una formula di contingenza (l’amore per il prossimo, il rispetto della dignità della persona) tipica della Religione e dell’etica che gli consentono di decidere la qualità delle azioni e dei comportamenti altrui in modo assai più rapido di quanto potevano fare i suoi mancati interlocutori.

Le parole di condanna tendono a considerare ancora la nostra società - ed i rapporti che vi si instaurano al suo interno - come potenzialmente determinabili a partire da un orizzonte valoriale stabile e stipulativo, ma la verità (purtroppo) è ben diversa. Le dinamiche ascrittive fondano il punto di osservazione che nutre la polemica (l’uomo ha una dignità), ma l’osservazione sociologica non fatica a dimostrare come, nella realtà dei fatti, le cose siano ben più articolate, soprattutto in contesti dove le decisioni sulle dinamiche inclusive non vengono assunte in base a valori non esigibili, ma a dinamiche direttamente prodotte dalle leggi della differenziazione sociale. Il tema in questione infatti riguarda le modalità con cui la religione da un lato e la politica dall’altro valutano le dinamiche inclusione/esclusione, tenendo bene a mente che la differenza tra includere ed escludere si riferisce al modo in cui una società consente agli individui di diventare persone e dunque di partecipare alle dinamiche comunicative.

Questo dato complica di molto la stessa definizione della categoria di ultimo o, appunto, di escluso, nella quale possono rientrare categorie sociali che -all’apparenza - risultano perfettamente incluse. A differenza delle società precedenti, le differenze di rango della stratificazione perdono di senso essendo sostituite da una struttura della società che muove dal presupposto che tutti in linea di principio possono partecipare a tutte le forme comunicative in vigore all’interno dei singoli sistemi di funzione. Chiunque può essere attivo economicamente, tutti hanno il diritto di essere educati, così come formare una famiglia o essere uguali di fronte alla legge; questi sono oggi i presupposti della vita sociale. In questo senso l’inclusione moderna trova i suoi correlati semantici nei postulati della libertà e dell’uguaglianza: l’uguaglianza indica la premessa necessaria per stabilire i contatti sociali che non di realizzerebbero se limitati da una discriminazione a priori, mentre la libertà indica il fatto che stabilire quei contatti sociali richiede una decisione da parte dell’individuo interessato. Ora, la società moderna include ed esclude allo stesso tempo le persone, poiché se anche si può partecipare alla comunicazione in tutti i sottosistemi, non si può tuttavia farne parte integrante: non esiste l’uomo soltanto economico o soltanto politico. Venendo a mancare le differenze tipiche della gerarchia, la società moderna ha dovuto inventare una soluzione alternativa ed equivalente, che consiste fondamentalmente nell’osservare le persone come biografie individualizzate all’interno di una offerta sociale di competenze declinate in termini di logica prestazionale (carriera). Ciò fa si che non possano essere più la qualità e la dignità della persona a fungere da criteri selettivo-inclusivi. Se all’aumentare delle forme di differenziazione sociale mutano i criteri selettivi con cui alter attribuisce dignità ad ego e viceversa, la valutazione della persona si costruisce sul rispetto di specifiche aspettative – e non altre - che mi faciliteranno la sua necessaria rappresentazione.

Se non ci sono sufficienti elementi capaci di attivare una sorta di controllo sociale sulle strategie di riconoscimento, l’accettazione di un individuo come persona sarà assai più difficile a motivo dell’estrema delicatezza e scarsità delle pratiche sociali dell’inclusione centrate, come si è detto, su postulati specifici che una data differenziazione sociale utilizza per definire un individuo come “persona”. La modernità decide che essere inclusi in un sottosistema sociale non significa essere immediatamente inclusi in un altro (Alika Ogorchukwu era incluso nel sottosistema delle famiglie, ma non lo era in quello economico) e ciò vuol dire che nella nostra società la connessione tra i vari ambiti sociali è assai più fluida divenendo spesso sorgente di esclusione (avere un’istruzione elevata non dice ancora nulla sul grado di coinvolgimento nel mondo economico). La formula moderna di inclusione relativizza di molto l’integrazione sociale dato che essere integrati in una funzione non è necessariamente premessa di piena cittadinanza poiché l’inclusione in un sottosistema non dice ancora molto sulla effettiva inclusione in altri. La dinamica opposta si registra invece sul fronte dell’esclusione, dove la banale fuoriuscita da un sottosistema sociale può generare una sorta di effetto domino (a rinforzo di probabilità) che porta un individuo escluso da uno specifico sistema di funzione ad essere ancor più irrilevante per gli altri, pronti a ridurlo da persona a mera corporeità. Nella complessità espressa dalle dinamiche inclusione/esclusione, ai politici non resta che marginalizzare la questione dei marginali per le stesse ragioni che li spingono a legare la propria immagine a coloro che vivono sulla cresta dell’onda.

*Sociologo della devianza e del mutamento sociale

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