Il triste campionato (mai nato) per soli ricchi molto indebitati

Martedì 4 Maggio 2021 di Rossano Buccioni
Il triste campionato (mai nato) per soli ricchi molto indebitati

La vicenda della contestatissima Superlega calcistica ci mostra come lo sport diventi un mutante sociale, un sistema di azione particolarmente sollecitato da oscillazioni finanziarie e mass mediali, con il campo da gioco mutato spesso in teatro di scontri ed interessi diversi da quelli sportivi. Esasperando i contenuti espressi in diverse analisi di storia sociale dello sport calcistico, in un numero del 2006 della rivista “Diritto ed economia dello sport”, il calcio veniva chiaramente definito come «struttura di mercato istituzionalmente definita, con il comportamento dei proprietari rivolto alla massimizzazione di un certo obbiettivo filtrato dalla struttura organizzativa delle diverse società». Approfondendo queste analisi, l’economista Andrew Zimbalist sosteneva che i proprietari delle squadre si trasformavano in massimizzatori di profitto (profit maximizer) e di utilità-vittorie (win-utility maximizer). In qualità di agenti massimizzatori di utilità-vittorie, le proprietà di note squadre di calcio potranno adottare gli stessi comportamenti di altri agenti “profit” per quanto riguarda l’investimento in risorse ed operazioni di compravendita nel mercato del lavoro. Insomma, «le squadre di calcio seguono invariabilmente un comportamento di massimizzazione dei profitti relativi all’utilità-vittoria, variabilmente vincolato a seconda delle strutture proprietarie». Quando si dice “essere chiari”... La profonda avversione incontrata dalla superlega europea corre sulla linea di faglia che separa umano e sociale, con lo sport professionistico che cerca di garantire un precario equilibrio ai due universi. Dal lato del tifo appassionato, la fabbrica dell’eroismo sportivo si fonda sulla necessità di identificazioni rassicuranti, socialmente sviluppate a partire dall’interiorizzazione delle reazioni di dominanza espresse dal linguaggio del corpo atletico, fondamentali per stabilire lo status gerarchico dell’individuo all’interno di un gruppo umano. Atleti in “atteggiamenti di trionfo”, con braccia al cielo ed il viso rivolto al cielo, attestano una posizione dominante sul soccombente, agendo un comportamento inconscio - probabilmente innato - che serve ad esprimere immediatamente la dominanza del proprio ruolo nella gerarchia sociale, utilizzando gestualità destinate ad incutere timore. Sono esperienze che tutti abbiamo fatto nostre. Il tifo, opponendosi alle logiche finanziarie che cercano di trasformare il gioco in industria, sgorga dal fatto che il calcio è un gioco sempre uguale perché sempre diverso. Uguale a sé stesso nelle sue regole, ma sempre diverso nello svolgersi della gara, mantenendo la certezza delle norme nella piena garanzia dell’incertezza del risultato. Al contrario, il progetto di omogeneizzazione finanziaria, determinava una sterilizzazione contestuale, una coltivazione in vitro del successo sportivo, incompatibile con la natura dialettica del calcio, in cui caratteristiche contraddittorie si risolvono nella perentoria sintesi finale del risultato. Queste valutazioni, certamente riconducibili ad una consolidata letteratura, ci consentono di valutare con neutralità lo scalpore suscitato dalla vicenda della Superlega europea di calcio il cui stop, decretato a furor di popolo, palesa una sbrigativa strategia di invisibilizzazione di ciò che esiste da tempo, reclamando un ovvio adeguamento a logiche quantitative destinate a soppiantarne altre. L’insuccesso dell’iniziativa è stato decretato dalla necessità di portare alla luce una logica di sistema che, ampiamente consolidata nel management calcistico, svelava la debolezza sociale della passione calcistica confrontata con la dura realtà del debito gravante sulla fabbrica dell’emozione sportiva. Non è un caso che l’imprenditore Florentino Pérez, presidente del Real Madrid, abbia detto che si è appena disputato il primo round tra interessi dei grandi teams e mondo del calcio tradizionale e non poteva essere altrimenti dato che la nostra struttura sociale è figlia del passaggio dal senso al funzionamento e dal principio trascendente al dominio della dimensione factual, la qual cosa – nel mondo dello sport – si traduce con sempre maggiore insistenza nel passaggio dal “Play” al “Game”. Insomma, tutti sapevano ma si preferiva nascondersi dietro il ventaglio di madame ipocrisia. Il Game si ispira a delle regole e queste ad un dispositivo (mediatico, finanziario ed organizzativo) che, come ricorda la sociologa Chiara Giaccardi, spesso è dispotico, cioè dispone della realtà che gli gira attorno, la qual cosa ha indispettito non poco falangi di tifosi risentiti per essersi accorti troppo tardi di far parte di una cosa assai più grande di loro, ora minacciata ora implorata di restituire il giocattolo emotivo preferito. Le seconde nozze del calcio con il mondo dello spettacolo incidono pesantemente sullo spirito sportivo, sulla natura di Homo Ludens, con le sue mitologie e le sue fantasmagoriche proiezioni. L’identificazione psichica con lo spirito di squadra, ricalcando emozionalmente il ritmo di vita sulla scansione vittorie/sconfitte, fa del calcio un ritualismo comunitario dalla profonda normazione interna, costretto a confrontarsi con la cultura dello slegamento resasi necessaria per dare forma all’individualismo contemporaneo. L’impatto – anche mediatico – del no alla superlega è accattivante, sulla falsariga delle provocazioni del sociologo Luc Boltansky che agli inizi degli anni ’60, entrando in rotta di collisione con il principio dell’iperrealismo mercatista, propugnò la “Vita d’artista”, anch’essa destinata a soccombere di fronte alla straordinaria capacità del mercato di trasformare in oggetto qualsivoglia impulso libertario.

 

*Sociologo della devianza e del mutamento sociale

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