Il dolore di Alex Zanardi in una vita ormai votata al riscatto più difficile

Martedì 30 Giugno 2020 di Rossano Buccioni
Intensa commozione sta suscitando la vicenda di Alex Zanardi e il grande coinvolgimento che fa da affettuoso contorno all’ansia dei familiari, sembra ispirato da ragioni profonde che oltrepassando l’ambito sportivo, si legano a cruciali questioni quali il governo del corpo e la costruzione sociale dei concetti di normalità o “disabilità”. Facciamo ancora fatica a pensare la vita in termini di abilità diverse da quelle delle persone normodotate ed una serie di espressioni che rinviano al mondo della “diversabilità”, appaiono spesso garbata conferma di un limite culturalmente invalicabile. Negli ultimi decenni prosegue una tendenza che il linguista Tullio De Mauro faceva risalire all’Ottocento, cioè “la ricerca di espressioni generali”, più sensibili ad una rete di determinazioni sociali in cui si esprime una specifica condizione di vita, in luogo della precedente patologizzazione che inchiodava il mondo della disabilità al verdetto definito da una privazione. La parola handicap deriva dall’espressione inglese hand in cap, (it. “mano nel cappello”), che si riferiva ad una specie di gioco d’azzardo in cui vi erano dei premi che andavano in sorte e chi estraeva dal cappello il numero vincente, offriva un premio di consolazione agli altri giocatori. In seguito il termine entrò nel mondo dell’equitazione (zavorrare cavalli e cavalieri che partivano avvantaggiati), allo scopo di garantire a tutti i concorrenti le stesse chanches di vittoria. Nel mondo della disabilità, il termine suggerì una visione della difficoltà come dato imposto dall’esterno, rimarcando la necessità di un riequilibrio delle possibilità da introdurre con opportune compensazioni. Cambiare terminologia è semplice, ma trasformare il significato - che tramite il linguaggio conduce alla struttura sociale del senso - è processo lento che spesso resiste anche agli importanti cambiamenti prodotti dalla cultura dell’inclusione. Se il mutamento culturale non è profondo, si resta alla superficie dell’eufemismo che nel dizionario Devoto-Oli è descritto come «sostituzione di un’espressione propria e abituale con una attenuata e alterata, suggerita da scrupolo morale, religioso o da riguardosità». Esattamente l’opposto di quello che Zanardi ha sempre voluto, personaggio iconico di un mondo che non solo rifiuta commiserazione, ma che in questo momento storico così difficile continua ad offrire testimonianze utilissime, soprattutto per i normodotati cui il virus ha tarpato le ali. L’evoluzione del concetto di disabilità e la progressiva introduzione di termini che valorizzano la persona senza accentuare la sua patologia, hanno consentito ai soggetti con deficit di entrare a far parte di realtà sociali importanti come quelle legate alla pratica sportiva. Anche se per la maggior parte di noi il passaggio dalle tre ruote alla bicicletta segnava un processo di autonomizzazione, nella vicenda di Alex l’handbike ha significato certamente una regressione, subita però in vista di un prodigioso riscatto grazie al quale Zanardi, non solo ha oltrepassato le barriere mentali dove si arrocca il pregiudizio, ma ha trionfato proprio in uno sport di fatica, in luogo dell’elitario automobilismo sportivo. Una storia la sua che non poteva non transitare attraverso lo sport, ribalta sociale che mette immediatamente il corpo nella condizione di farsi potente strumento di comunicazione, senza limitarsi alla denuncia di quello stato che la filosofa femminista Judith Butler definiva “inclusione differenziale”, ma continuando la sfida di un personaggio pubblico che interroga la condizione “normale” non dal lato della compassione, ma della capacità di inventare inediti spazi di libertà e protagonismo. Il giurista Stefano Rodotà studiò a lungo le vicende di alcuni atleti paralimpici notando come «la federazione internazionale di atletica, nel 2006 avesse negato al sudafricano Oscar Pistorius (atleta privo delle gambe sotto il ginocchio che correva con protesi di titanio) il diritto di partecipare alle Olimpiadi, intrecciando il criterio della normalità con quello della lealtà nelle competizioni, in modo tale da interpretare l’umano come misura del lecito sportivo». Il punto è che storie come quelle di Pistorius o di Zanardi vanno collocate all’interno di quella che possiamo definire la contemporanea “fabbrica del corpo”, cioè la costruzione sociale di nuove possibilità (o il recupero di precedenti) che disegnano una diversa qualità dell’umano inscritta in nuove forme di governo della corporeità, non tanto perchè l’umano vi appare sommerso o cancellato dal flusso tecnologico, ma perché le storie degli atleti citati ci aiutano a comprendere le profonde trasformazioni che si aprono verso le prospettive del post-umano. Questione assai ardua, illuminata ulteriormente dalla vicenda di Aimee Mullins, un’atleta nella stessa condizione fisica di Pistorius e che ha avuto grande successo come indossatrice, non solo per una bellezza fuori dal comune, ma soprattutto perché «le protesi che integrano le sue gambe le permettevano un incedere che nessuna indossatrice umana poteva realizzare». E’ in quest’ambito di confine tra visioni dell’umano e dell’artificiale, tra recupero e potenziamento del corpo che si situano la storia e il dramma di Alex Zanardi. La sua vicenda non è solo l’encomio dell’ottimismo della volontà, ma assume un compito specifico, quello che lo storico delle idee Peter Sloterdijk definiva il saper «costruire sempre un modo in cui l’umanità si manifesta non tanto per la sua capacità di camminare in posizione eretta, quanto per la tensione verso la verticalità, per la propensione a lavorare su di sé in vista del proprio perfezionamento». Alex Zanardi ha fatto tutto questo straordinariamente e l’augurio è che torni presto alla sua preziosa opera.

*Sociologo della devianza e del mutamento sociale
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