Il dolore umano come costrutto sociale nelle recenti storie di Fabio e Federico

Il dolore umano come costrutto sociale nelle recenti storie di Fabio e Federico

di Rossano Buccioni
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Martedì 28 Giugno 2022, 02:45

I casi di Fabio Ridolfi e di Federico Carboni hanno riproposto con forza la questione del dolore nella condizione umana in piena età tecnologica. Mettendo in guardia dal farsi idee troppo chiare sulla sofferenza e sul patire umani, il filosofo Salvatore Natoli scriveva: “Il dolore è quanto di più proprio, individuale e intrasferibile possa darsi nella vita degli uomini, ma nello stesso tempo non è un’esperienza così immediata e diretta come a prima vista potrebbe sembrare. Nessun uomo potrebbe vivere la sua sofferenza – o sopravvivere ad essa – se non riuscisse in qualche modo ad attribuire un senso a ciò che patisce. Esistono quindo scenari di senso già predisposti entro cui il dolore viene giustificato o compreso”. Sulla mutazione di tali scenari di senso, scrive il filosofo Byung Chul Han in un saggio intitolato “La società senza dolore”. Il contesto sociale in cui si inseriscono in modo drammatico i casi che discutiamo, esprime una orizzontalità – valoriale, politica, di strutture di senso – che Byung definisce “ad effetto palliativo”, dove la condizione normale, invece di predisporci alla lotta per un ideale trasformativo, ci coordina alle imposizioni del sistema. Il nostro modo di vivere non ha più “il coraggio del dolore” e venendo meno una visione capace di “far male” perché incapace di imporsi sulla contingenza, abbondiamo di analgesici di breve durata che velano dolorosi paradossi sistemici. L’odierna fobia per il dolore nasconde il fatto che la nostra è una società della positività che tenta di sbarazzarsi di tutto ciò che è negativo, dolore e morte in primis. Azzardando una prima valutazione, possiamo dire che nelle vicende dei due marchigiani gli elementi socio-strutturali al cuore delle drammatiche scelte riportate dai media sono molto forti, mediando di fatto le deliberazioni soggettive scelte ed attuate. Nel nostro tempo si realizza una importante saldatura tra cultura della palliazione e della prestazione, con le logiche della “happyness” che sanciscono la reclinata passività del soffrire come largamente priva di senso. Oggi il dolore viene privatizzato perché negato a qualsiasi possibilità di espressione e non potendo diventare linguaggio condiviso, non potrebbe comunque determinare possibilità trasformative realizzate nel patimento. Non a caso il sociologo Niklas Luhmann faceva notare come il modello di innamoramento e di amore più longevo in Occidente (l’amore-passione appunto), registrasse una drammatica crisi “vocazionale” a motivo della continua ricerca di analgesici esperienziali capaci di mantenere inalterata la nostra immagine di auto-efficacia. Intervistato da questo giornale, il Card. Edoardo Menichelli ha dichiarato che “lungi dal condannare certe scelte (di Fabio e Federico, ndr), mi chiedo se esse non dipendano dal sentirsi inutili e non più efficienti. Non si gioca con la vita al maggior rendimento”. Il tema è da tempo discretizzato in svariate pratiche sociali che ad un corpo che esce dal circuito produttivo (quello dell’anziano ad es.) negano tutele altrimenti assicurate a chi mantiene un ruolo di attiva produzione e riproduzione sociale. “Eutanasia” è parola greca che significa “buona morte”, ma oggi subisce uno slittamento semantico nel senso di una “morte anticipata” rispetto alle autonome risorse dell’organismo. Venendo a mancare una semantica della sofferenza (schiacciata dalle logiche produttivistiche e posta fuori luogo dalla cultura dell’apparenza), al dolore non si guarda più come complesso costrutto sociale. Mentre la società sacrale dei martiri istituiva una relazione fortissima con il dolore a partire dall’esigenza di un pieno controllo dei corpi e con la pena corporale formidabile “strumento di dominio” (E. Cantarella), le società moderna e post-moderna cambiano il rapporto con il dolore perché in contesti dominati dall’acquisizione di raffinate competenze e dal potere della differenziazione sociale, ci sarà bisogno di corpi docilmente inclini ad apprendere costantemente (lifelong education). Le dispute sulle determinazioni eutanasiche risentono dello straordinario interesse per la condizione di chi si trovar in quello stato intermedio tra vita e morte che porta a domandarsi se la morte ci riguardi o inerisca solo il “nostro organismo”. La cultura della rimozione del dolore ha operato una costruzione della vita seguendo specifici modelli di efficacia che forniscono gli armamentari giuridici alla base di decisioni in bilico sul paradosso ineliminabile di chiedere proprio alla morte una soluzione dirimente, svelando le pesanti incertezze del nostro concetto di “vita”, oscillante tra la zoe anonima dell’organismo e quella iper-individualizzata del soggetto agente. Il rapporto tra corpo e persona appare risolto a favore dell’esercizio di quella soggettività che, una volta impedita, fa sentire in diritto di porre fine a un´esistenza incapace di emanciparsi dal puro processo biologico. Si prova una commozione sgomenta per il sorriso regalato dal calciatore Lorenzo Pellegrini a Fabio Ridolfi, suo grande tifoso. Un sorriso che facendosi strada nel deserto del dolore, come acqua sorgiva ha permesso alla vita di vincere un’ultima volta sulla disperazione. Era ancora capace di gioia quel ragazzo inchiodato ad un letto ed ha permesso alla vita di vincere ancora sul nulla. Quelle immagini tenerissime ed estreme aprono al mistero della sofferenza, negando la morte stessa “al tratto di estraneità che inevitabilmente possiede quando è affidata alle sorti biologiche dell’organismo, per diventare qualcosa di familiare con la vita, qualcosa che non chiude come un evento estraneo amori e amicizie per cui e con cui siamo vissuti” (U. Galimberti).

 Sociologo della devianza e del mutamento sociale

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