Le vongolare da smantellare salvando mare e posti di lavoro

Giovedì 13 Febbraio 2020 di Roberto Danovaro
La raccolta delle vongole con dragaggio idraulico, ovvero con le imbarcazioni turbosoffianti è iniziata nel mare Adriatico negli anni ’70 e si è espanse rapidamente per quasi tre decenni. A partire dalla fine degli anni ’90 la flotta di turbosoffianti è stata progressivamente ridotta, ma al contempo è aumentata la tecnologia e l’efficienza di pesca, per cui di fatto la raccolta di vongole è rimasta sempre molto intensiva. Sebbene il principale obiettivo della pesca con turbosoffianti sia la raccolta di bivalvi come il lupino (Chamelea gallina) e la vongola verace (Ruditapes), i getti potentissimi, sparati dalle imbarcazioni frantumano molte specie prive di valve o con valve poco spesse come i cannolicchi. Ogni anno dalle vongolare italiane vengono sbarcate nei porti italiani migliaia di tonnellate di vongole e altri frutti di mare. Nell’ultimo decennio si è tuttavia osservata una progressiva, forte riduzione del pescato, passando da quasi 20mila a poco più di 10mila tonnellate all’anno. Ovviamente per contro, nel tempo i prezzi sono più che raddoppiati. Altrettanto prevedibilmente il settore è in progressiva crisi. Le vongole e le altre specie si stanno progressivamente estinguendo. Uno studio scientifico ha recentemente raccolto tutte le informazioni esistenti sull’impatto di questo tipo di pesca e ha dimostrato che le turbosoffianti provocano gravi impatti sull’ambiente marino. Tra gli effetti più significativi annoveriamo importanti cambiamenti nelle reti alimentari marine. La moria di organismi e il frullato di sedimenti che risulta da questa attività di pesca altera il rapporto tra prede, predatori e altri organismi. Inoltre, le turbosoffianti modificano i cicli biogeochimici, alterano la fertilità del mare, causano evidenti danni fisici al fondale. I forti getti risospendono dal fondale grandi quantità di limo e argilla che rendono torbide le acque e poi depositandosi ricoprono le superfici delle rocce impedendo l’insediamento delle cozze, incluso il famoso mosciolo di Portonovo, prestigioso presidio di Slow Food. Così facendo la raccolta di vongole ostacola il reclutamento e la riproduzione di diverse specie marine. Inoltre, i sedimenti risospesi minacciano e soffocano gli habitat marini costieri, in particolare quelli più vulnerabili, come le foreste di alghe o le praterie di fanerogame. L’impatto delle vongolare è distribuito in modo quasi omogeneo in tutte le acque costiere italiane del medio e alto Adriatico dalle Marche all’Emilia-Romagna, dal Veneto all’Abruzzo e raggiunge i fondali fino a 7-10 metri di profondità. Purtroppo, a oggi, non sappiamo quanto tempo impiegano gli habitat danneggiati per recuperare, anche a causa del fatto che il dragaggio idraulico viene condotto continuativamente, senza permettere al sistema di recuperare e non esistono zone di divieto di pesca. L’Unione europea ha chiesto agli Stati membri di adottare un piano di gestione per le attività di pesca con il sistema draghe idrauliche e rastrelli (regolamento n. 1967/2006) ma solo nel giugno del 2019 l’Italia con 13 anni di ritardo ha deciso di mettersi seriamente in moto. E’ stato così pubblicato un decreto del ministero delle Politiche agricole alimentari, forestali e del turismo che istituisce il monitoraggio scientifico continuo nelle aree interessate al prelievo dei molluschi bivalvi. I risultati dovranno essere poi trasmessi alla Commissione europea e non potranno che confermare quello che già sappiamo: dobbiamo vietare nel tempo questo approccio alla pesca e adottare da subito misure di attenuazione o sostituzione di questa pratica di pesca distruttrice. Senza contare che dobbiamo fare di più per combattere la pesca illegale. Le turbosoffianti, infatti, per legge, dovrebbero rispettare una distanza minima di 0,3 miglia dalla costa, ovvero oltre 500 metri, ma questa distanza non viene rispettata da una larga parte delle imbarcazioni. Insomma, le turbosoffianti sono incompatibili con la salute degli ecosistemi marini e rappresentano un grave pericolo per la sostenibilità di tutte le altre fonti di economia marina. Questa pratica di pesca, non consentendo il raggiungimento del buono stato ecologico richiesto dalla direttiva quadro sulla strategia marina, espone le regioni costiere al pericolo di importanti sanzioni amministrative. E’ chiaro che dobbiamo fare tutto il possibile per mantenere l’occupazione che conta circa 1.400 addetti, ma non possiamo farlo a discapito dell’ambiente. Sarebbe importante che la Regione Marche cominciasse a pensare a un piano di smantellamento della flotta, di riconversione verso altre attività pienamente eco-sostenibili come allevamento di cozze e di ostriche, proteggendo in questo modo il nostro mare ma anche il futuro dell’economia blu nelle nostre coste.

*Docente all’Università Politecnica delle Marche e presidente della Stazione zoologica-Istituto nazionale di biologia, ecologia e biotecnologie marine © RIPRODUZIONE RISERVATA