Senza il mio compagno di banco sarà uno strano anno scolastico

Lunedì 14 Settembre 2020 di Giovanni Guidi Buffarini
Tre giorni alla riapertura delle scuole, e quintalate di articoli sviscerano ogni aspetto della questione. A buon diritto: un Paese che non fosse in grado di riaprire le scuole in sicurezza (che non significa rischio zero: impossibile) sarebbe né più e né meno un Paese finito. E le notizie si susseguono, la situazione evolve d’ora in ora. Siamo in Italia sempre all’ultimo minuto ci riduciamo. E vai col pezzo dedicato al problema trasporti. Ci sono abbastanza bus per tutti? Nelle Marche “Ci siamo quasi”, titolavamo ieri l’altro. E le aule? Anche per questo aspetto dovremmo essere a posto, in altre parti d’Italia stanno messi niente bene. Mentre si partirà per certo a cattedre parzialmente scoperte, non che sia una novità, ogni anno la stessa identica storia, in questo già di suo problematico 2020 si è piuttosto aggiunto il clamoroso pasticcio della graduatoria precari. E vai con le ultime sulla consegna dei banchi singoli (rotellati o meno) e vai con l’articolo sugli insegnanti non più giovani e né dotati di salute di ferro e perciò a rischio di complicanze da virus, problema, quest’ultimo, da nessuno considerato per mesi, emerso solo nelle ultime due settimane o giù di lì. E vai con l’intervista all’epidemiologo preoccupato e a quello ottimista. E al pedagogista e al sociologo. Che spesso dicono cose acutissime, interessantissime e però trascurano, o non rimarcano abbastanza, un aspetto fondamentale. Gli studenti dovranno rinunciare al compagno di banco. Il vero personaggio chiave degli anni scolastici di ciascuno, e non mi scuso con i docenti, ho detto la pura verità. Fonte di memorie indelebili, come dimostrato dalla serie di interviste che il nostro giornale ha pubblicato, le avrete lette sovrapponendo ai ricordi degli interpellati i vostri. Il compagno di banco. Quello con cui parlavi di tutto e di nulla, mentre in sottofondo molesto la prof ronzava la lezione di matematica. Quello che all’improvviso premeva il gomito sul tuo: «Ci guarda», e bisognava mettere in pausa le chiacchiere, simulare attenzione. Il complice di audaci imprese insensate, su cui ridere per giorni. Il professore ci aveva assegnato l’ennesima relazione. Da svolgere singolarmente e consegnare alla cattedra per lettura e valutazione immediata. Il pomeriggio precedente avevamo avuto di meglio da fare. La improvvisammo nell’intervallo. Procedemmo in questo modo. La mia grafia già all’epoca era quasi illeggibile, Luca rese difficilmente decrittabile la sua. Scegliemmo analogo incipit, in stile bambino delle elementari anche un po’ ruffiano: «Il nostro amato professore l’altro ieri ci ha fatto vedere un filmato e ci ha chiesto una relazione». Seguiva una facciata di frasi dalla costruzione terremotata, il verbo volato chissà dove, le concordanze ad minchiam. Ogni tanto, buttato là sempre rigorosamente a caso, un termine tecnico: ben leggibile. Il prof lesse con espressione assorta, la valutazione fu positiva per entrambi. In terza liceo eravamo al primo banco. Inconvenienti che capitano. «Domani presto, eh» ma il primo giorno ci eravamo svegliati tardi entrambi, bella fregatura. Ma è nelle difficoltà che i talenti emergono. Lezione di italiano. La prof immersa nella lettura di un testo. Girava pagina lei, giravamo noi. Ma eravamo impegnati a provocarci a vicenda. Per scherzo, per far qualcosa di interessante. Decisi che ne avevo abbastanza, sparai, di punto in bianco un cazzotto sul ginocchio di Luca. Proprio mentre la prof riemergeva dal libro. Con tutta la severità di cui era capace, rimproverò lui: «Lascia in pace Guidi!» (s’era convinta ch’io fossi studioso, angelico, tutte le virtù). Il compagno di banco. Con cui si poteva anche decidere di non chiacchierare e non fare gli scemi e seguire la lezione. Che durante il compito in classe dava e chiedeva una dritta, sebbene i compiti fossero diversi, ogni fila il suo. Un anno senza compagno di banco, tutti soli tutti distanziati, è un anno scolastico strano anzi impensabile. Si presenta noioso da paura, lieto di non esserci mai passato. Magari non si rivelerà poi così brutto, i ragazzi troveranno il modo di vivacizzare la situazione, un modo innovativo per parlare di tutto e di niente, fra una derivata e un rosa rosae.

*Opinionista e critico cinematografico © RIPRODUZIONE RISERVATA