A Pasqua stanchi e avviliti ma qualcosa da fare c’è

Venerdì 2 Aprile 2021 di Giovanni Guidi Buffarini
A Pasqua stanchi e avviliti ma qualcosa da fare c è

A Pasqua 2020 eravamo increduli storditi. Tramortiti come e peggio d’un pugile centrato da un gancione di Mike Tyson ventenne. Quest’anno alla Pasqua arriviamo stanchi, avviliti, la stanchezza si comprende dopo tanti mesi di colorate restrizioni, l’avvilimento meno, pure una talpa vedrebbe la luce in fondo al tunnel. Non l’avremmo voluta così questa Pasqua ma questa ci tocca. Dovremo pur decidere come trascorrerla. Se non avete in tasca un biglietto aereo per vacanza estera “Tampone e Quarantena di Ritorno”, se siete confinati nel comune di residenza, vedo due strade percorribili. La prima è farsela piacere, ‘sta Pasqua zona rossa, arresti domiciliari con facoltà di libera uscita a corto raggio. Farsela piacere aguzzando l’ingegno e lavorando di fantasia. Si può per esempio organizzare al mattino un incontro con l’amata non convivente, davanti al giornalaio a mezza via. Magari entrandoci (uno alla volta), dal giornalaio e acquistando il quotidiano (il Corriere Adriatico, va da sé), una copia a testa. Per sfogliarlo avidamente e commentarlo insieme (a debita distanza). Ogni numero del giornale è un capitolo del Grande Romanzo del Mondo, non capirò mai quelli che decidono di rinunciarvi. Quindi trasferirsi al bar più vicino, per un caffè da asporto da consumare all’esterno all’impiedi, occhi di triglia negli occhi di triglia. E sono d’accordo: poche le cose più squallide d’un caffè asportato in cartoncino o plasticaccia. Il caffè è una cosa seria, una rito quasi sacro, per quanto mi riguarda. Pretende la tazzina classica o il bicchierino in vetro, e il bancone o il tavolino. Ma basterà concentrarsi sugli occhi innamorati per rendere il momento di ineffabile dolcezza. Al pomeriggio? Una entusiasmante gita verso la Farmacia di Turno. Sperando non sia quella sotto casa: significherebbe proprio esser baciati in fronte dalla sfiga. Nessun decreto anticontagio vieta la - solitaria, mascherata - gita alla Farmacia di Turno. Per comprare il centesimo spazzolino da denti: li doneremo in beneficenza, a emergenza conclusa. Quanto alle lunghe ore casalinghe, si consiglia di trascorrerle davanti all’atlante geografico. Progettando viaggi mirabolanti, tre continenti almeno e trenta coincidenze aeree in due settimane. Sprovvisti di atlante? Va bene anche una cartina cittadina, ripromettendosi d’esplorare palmo a palmo il quartiere poco o punto frequentato. (Google Maps no, direi meglio evitarlo. La tecnologia mi piace da impazzire ma della tecnologia abbiamo giocoforza abusato, nell’ultimo anno. Cellulare e computer spenti, almeno a Pasqua. Disintossicazione). La seconda ipotesi per il giorno di festa potrebbe riassumersi nella formula “bere sino in fondo l’amaro calice”. Immergersi nella depressione. Scontarla tutta. Così da caricarsi a molla per quando le restrizioni si allenteranno di netto, e sarà presto, ci crediate o no. Questa estate magari ci indebiteremo per dotarci di mascherina sempre efficiente (una Ffp2 dura otto ore filate max) ma a casa staremo giusto il tempo della doccia. E non dormiremo mai. E allora, perché non una Pasqua tutta a letto, un sonnellino non ristoratore dietro l’altro, come i cani quando stanno male? Oppure, percorrere instancabili, avanti e indietro, il corridoio facendosi il sangue cattivo di fronte all’impossibilità di trascorrere una giornata al mare (anche se è dal 1992 che non vi affacciate in spiaggia) o di far visita ai parenti veneti (anche se non li sopportate, e quando capitano da queste parti sparate senza vergogna: «Peccato, siamo in Mozambico»). O ancora: rincoglionire davanti al televisore. Stravaccarsi sul divano e infliggersi dieci ore filate di televendite. Roba che stronca, sebbene ogni tanto capiti di imbattersi in qualche perla di comicità involontaria: i mutandoni che fanno sudare e perdi un etto di culo al giorno, il frullatore poderoso e lo chef che al pubblico in studio propone terrificante beverone pinoli + kiwi + petto di pollo + latte + sedano + ribes + cumino, e il pubblico assaggia e le bocche si storcono a conato di vomito ma tutti a borbottare: «Che buono! Che sano!». Una Pasqua meno peggio possibile o una Pasqua esasperante. Come preferite. Nell’attesa (breve) di tornare a vivere. 

 

*Opinionista e critico cinematografico

Ultimo aggiornamento: 15 Aprile, 22:28 © RIPRODUZIONE RISERVATA
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