Le barriere amministrative che frenano la produzione

Le barriere amministrative che frenano la produzione

di Donato Iacobucci
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Mercoledì 16 Febbraio 2022, 07:20

È noto che un aspetto rilevante del Pnrr è costituito dalle riforme oltre che dalla spesa. Si potrebbe anzi sostenere che le riforme sono più importanti della spesa poiché quest’ultima è destinata ad esaurire i suoi effetti nei prossimi anni mentre le riforme, se efficaci, possono garantire effetti duraturi sull’economia e sulla società del nostro paese. In questi giorni l’attenzione è polarizzata sulla riforma del sistema giudiziario. Vi è un altro ambito delle riforme cui il governo sta lavorando e che non è meno rilevante di quello della giustizia; si tratta delle riforme in tema di concorrenza e liberalizzazioni. La sensibilità per il corretto funzionamento dei mercati e della concorrenza è debole nel nostro paese, mentre sono diffusi gli atteggiamenti di indulgenza, quando non di aperta difesa, delle situazioni di monopolio e di rendita. Non è un caso che l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (generalmente indicata come antitrust) è stata istituita nel nostro paese nel 1990, esattamente un secolo dopo la prima normativa antitrust degli Usa che è del 1890. La concorrenza induce le imprese ad essere più produttive e innovative, favorisce una migliore allocazione delle risorse tra le attività economiche e consente alle imprese più innovative ed efficienti di entrare nel mercato e crescere. Chi difende situazioni di monopolio e di rendita paventa disastri occupazioni e di sicurezza per i consumatori derivanti dai processi di liberalizzazione. È ciò che sostenevano le compagnie aree quando è iniziato negli Usa il processo di liberalizzazione del trasporto passeggeri negli anni ’70 del secolo scorso. Per fortuna il processo è andato avanti ed è stato attuato con decisione anche nella Ue, con una rilevante riduzione delle tariffe, un incremento dell’offerta a disposizione degli utenti e una considerevole espansione dell’occupazione. Non vi è stata nessuna conseguenza sulla sicurezza, che non dipende dalla quantità di imprese o dall’intensità della concorrenza ma dalle regole fissate del legislatore per l’ingresso in un settore e dell’efficacia dei controlli. Nel nostro paese le situazioni di privilegio e di rendita abbondano e la nostra Autorità antitrust ha più volte sollecitato Governo e Parlamento a rimuovere le barriere amministrative presenti in molti settori produttivi. Il settore manifatturiero è quello in cui si registrano meno problemi poiché maggiormente esposto alla concorrenza interna ed internazionale. Al contrario del settore dei servizi pubblici e privati nei quali si evidenziano i ritardi più significativi e le maggiori perdite in termini di produttività e dinamica innovativa. Un recente lavoro di alcuni ricercatori di Banca d’Italia stima che la rimozione delle barriere amministrative nei settori non manifatturieri indurrebbe un aumento della produttività superiore al 25%. Non è un caso che l’Italia viene collocata al cinquantesimo posto nella classifica “Doing Business” stilata dalla Banca Mondiale e al ventiseiesimo posto sui ventisette stati membri dell’Ue. I settori nei quali sarebbe opportuno intervenire, in qualche caso drasticamente, sono noti da anni. Si va dai servizi pubblici locali, nei quali l’Autorità antitrust sottolinea l’eccessivo ricorso all’affidamento in house, alla riforma delle concessioni demaniali (fra le quali l’annosa questione delle concessioni demaniali marittime) fino alla rimozione dei tanti ostacoli presenti nel commercio al dettaglio, a cominciare dalle farmacie. Accanto a questi capitoli annosi per il nostro paese ve ne sono di nuovi legati alle reti per la digitalizzazione e ai servizi per la mobilità sostenibile. Date le numerose posizioni di rendita consolidate, i tentativi di riforma sono sicuramente destinati ad incontrare una feroce opposizione. Chi è interessato a difendere i propri interessi paventerà disastri occupazionali e di sicurezza per i consumatori che in realtà, come dimostra la teoria e l’esperienza, sono del tutto infondati. È una magra consolazione constatare che stavolta governo e parlamento andranno avanti nei processi di liberalizzazione non per convinzione ma perché ce lo impongono i vincoli di utilizzo dei fondi del Next Generation EU.

*Docente di Economia alla Politecnica delle Marche e coordinatore Fondazione Merloni

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