Flussi turistici e di reddito con il patrimonio culturale

Mercoledì 12 Febbraio 2020 di Donato Iacobucci
È noto che l’Italia possiede uno straordinario patrimonio storico-artistico. Risultato del fatto che per oltre 2000 anni il nostro paese ha ospitato alcuni dei nodi fondamentali della civiltà e dell’economia dell’occidente. La straordinarietà dell’Italia non è solo in questo lungo processo di accumulo e sedimentazione ma anche nell’eccezionale diffusione territoriale di questo patrimonio, presente in varia misura in tutte le città e anche in insediamenti piccoli e marginali. E’ proprio la sua dispersione sul territorio, oltre che la sua abbondanza, a porre i principali problemi per la tutela e la conservazione. La parola chiave, continuamente proposta, è quella della valorizzazione. Secondo il codice dei beni culturali e del paesaggio la valorizzazione consiste nelle azioni dirette a promuovere la conoscenza del patrimonio culturale e ad assicurarne le migliori condizioni di utilizzazione e di fruizione pubblica. Sempre più spesso, però, il termine sottintende l’idea che dalla gestione di questo patrimonio sia possibile produrre un flusso di reddito che ne renda economicamente sostenibile la tutela e la conservazione. L’attività cui si fa più spesso riferimento per questo obiettivo è quella della fruizione turistica. Che per alcune aree del nostro paese viene anche indicata come principale leva di sviluppo. E’ indubbio che il nostro paese non stia sfruttando appieno le sue potenzialità di attrazione turistica, soprattutto nelle aree periferiche. Ben vengano, quindi, azioni di sostegno all’organizzazione dell’offerta e alla promozione di tale offerta. Sul fatto che il turismo costituisca un’efficace modalità di valorizzazione del nostro patrimonio storico-artistico e una valida alternativa di sviluppo nutro qualche dubbio. Affinché l’attività turistica generi flussi di reddito stabili e consistenti occorrono flussi turistici rilevanti, i quali pongono notevoli problemi di sostenibilità ambientale e di impatto sulle comunità. Tutti noi abbiamo esperienza di cosa succede ai luoghi che diventano nodi di attrazione o transito del turismo di massa. In questi casi la “valorizzazione” produce significativi flussi di reddito ma anche un totale stravolgimento dei valori culturali che si era inizialmente pensato di tutelare. L’alternativa che tutti vorremmo è un turismo non di massa ma di qualità; competente e rispettoso; contenuto nei numeri ma non nella spesa. E’ un segmento di domanda in crescita ma meno rilevante del turismo di massa cui si stanno affacciando larghe fasce di popolazione dei paesi emergenti. Il turismo di qualità è più difficile da catturare e non sempre garantisce numeri sufficienti per ottenere flussi di spesa consistenti e stabili. Anche ammesso che l’obiettivo della valorizzazione in chiave turistica sia perseguibile rimangono due ulteriori interrogativi. Il primo è relativo alla qualità dei redditi prodotti e quindi del lavoro impiegato. Buona parte della spesa turistica è in alloggio e ristorazione; settori nei quali la quota di occupazione qualificata e ad alto reddito è fra le più basse. Il secondo è di carattere più generale. La valorizzazione in chiave turistica del nostro patrimonio fa pensare che se ne possa trarre reddito semplicemente mettendolo in mostra. Con ciò diffondendo la convinzione che si possa vivere di rendita con il patrimonio ereditato dal passato piuttosto che con la produzione di nuove idee. Le rendite, come noto, sono inevitabilmente destinate all’erosione e per mantenere i flussi di reddito alla fine si finisce per vendere (o svendere) il patrimonio. Il modo migliore per valorizzazione il nostro eccezionale patrimonio storico-artistico è innanzitutto quello di trarne ispirazione per elevare i processi di formazione del capitale umano, per produrre beni e servizi di migliore qualità e per promuovere comportamenti individuali e collettivi che migliorano la qualità della vita. In questo modo sarà possibile produrre reddito adeguato non solo a tutelare e conservare il patrimonio che abbiamo ereditato dal passato ma anche a costruirne di nuovo. E’ una strada più difficile poiché comporta scelte e investimenti ma di maggiore soddisfazione rispetto alla prospettiva di vivere di rendita.

*Docente di Economia dell’Università Politecnica delle Marche © RIPRODUZIONE RISERVATA