Ripresa degli investimenti pubblici con un piano di politica industriale

Mercoledì 11 Novembre 2020 di Donato Iacobucci

La rapida ripresa della pandemia da Covid-19 in Italia e in Europa nelle ultime settimane ha indotto ad una drastica revisione al ribasso delle stime del Pil per il 2020. Oltre all’impatto immediato determinato dalle misure di contenimento adottate nel nostro paese e negli altri paesi europei vi è l’effetto altrettanto significativo indotto dal calo dei consumi e, soprattutto, dal calo degli investimenti delle imprese. Un calo che è dovuto non solo alla contrazione dei redditi delle famiglie e ai problemi di liquidità delle imprese ma anche al clima di forte incertezza sull’evoluzione della pandemia e sulle sue conseguenze. Ne sono una conseguenza l’accumulo di liquidità sui conti correnti da parte delle famiglie e la rinuncia agli investimenti da parte delle imprese malgrado la disponibilità di finanziamenti a tassi estremamente bassi. In questo contesto le misure di sostegno finanziario al reddito delle famiglie e alla liquidità delle imprese rischiano di perdere parte della loro efficacia come volano di recupero della domanda poiché l’incertezza paralizza le decisioni di consumo e di investimento, incentivando il risparmio e l’accumulo di liquidità. Per uscire da questa situazione occorrerebbe muovere lungo due direttrici: un’immediata e consistente ripresa degli investimenti pubblici e la definizione di un piano di politica industriale a medio termine. I due aspetti sono strettamente collegati poiché sarebbe auspicabile che gli investimenti pubblici procedessero non in modo casuale ma in linea con gli obiettivi della politica industriale. Parlo di politica industriale e non di politica economica (o di scelte politiche tout court) per due ragioni. La prima è che la principale causa del declino economico e sociale del nostro paese, ma si potrebbe dire anche della nostra regione, è nella progressiva perdita di competitività del sistema produttivo; determinata a sua volta dalla scarsa capacità innovativa e dalla conseguente bassa crescita della produttività. Invertire questa tendenza è quindi una priorità assoluta. La seconda ragione è nel fatto che le scelte di politica industriale sono sempre più collegate alle scelte di politica generale riguardanti le direzioni dello sviluppo economico e sociale che si vogliono perseguire e le priorità di intervento che da queste discendono. Basta pensare ai temi della sostenibilità ambientale e della trasformazione digitale che hanno impatto sia sui modelli di business delle imprese sia sulla qualità della vita dei cittadini e sulle loro possibilità di accesso a nuovi prodotti e servizi. Oppure considerare il legame sempre più stretto fra la ricerca, l’innovazione e la soluzione delle grandi sfide sociali: come il tema attuale della tutela della salute. Purtroppo, su entrambi questi fronti - quello degli investimenti pubblici e quello della politica industriale - il nostro paese annaspa. E’ vero che in questo momento sembra giustificato concentrare tutte le energie sull’emergenza sanitaria; è però altrettanto vero che non possiamo trascurare di occuparci delle modalità e della rapidità con la quale usciremo dalla crisi. Fornire indicazioni chiare sulle scelte di politica industriale avrebbe l’effetto di ridurre almeno in parte l’attuale clima di incertezza. Queste indicazioni sono particolarmente importanti per le imprese e per i consumatori che potrebbero programmare le loro scelte in un contesto di maggiore stabilità. Se si decidesse, ad esempio, che la modalità elettrica è la scelta fondamentale per la mobilità nei centri urbani, stabilendo tempi e obiettivi specifici da raggiungere, si fornirebbero chiari segnali alle imprese su come orientare gli investimenti e altrettanto chiare indicazioni ai cittadini su come indirizzare le proprie scelte di consumo. Se a ciò seguisse anche un immediato e congruente piano di spesa pubblica si otterrebbero due ulteriori risultati: quello dell’immediata attivazione della spesa e quello di rendere maggiormente credibili le scelte. La storia passata della politica industriale nel nostro paese non induce all’ottimismo. Ci rimane la speranza che questa crisi possa effettivamente determinare una svolta, di merito e di metodo, nell’intervento pubblico.

 

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