La responsabilità personale e la grande colpa collettiva

Domenica 28 Novembre 2021 di Don Aldo Buonaiuto
La responsabilità personale e la grande colpa collettiva

«Le varie forme di maltrattamento che subiscono molte donne sono una vigliaccheria e un degrado per gli uomini e per tutta l’umanità. Non possiamo guardare dall’altra parte. Le donne vittime di violenza devono essere protette dalla società». Sono chiare e dirette le parole di Papa Francesco in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Tutta la settimana appena trascorsa è stata dedicata a questa ricorrenza, celebrata ogni 25 novembre e istituita dalle Nazioni Unite nel 1999 per sensibilizzare l’opinione pubblica. La data scelta ricorda la tortura e l’uccisione di tre sorelle, attiviste politiche, Patria, Minerva e Maria Teresa Mirabal, avvenuta nel 1960 nella Repubblica Dominicana, per ordine del dittatore Rafael Leónidas Trujillo. Un episodio che ha terribilmente sconvolto quel Paese mobilitando le coscienze a livello internazionale. L’importante è non fermarsi al 25 novembre, ma agire concretamente tutto l’anno per arrestare la violenza contro le donne, piaga che continua a falcidiare l’esistenza di tante persone innocenti. Nel 2021, in Italia, ne sono state uccise 103, secondo il report periodico elaborato dal Servizio analisi criminale della Polizia aggiornato al 14 novembre. Il crimine del femminicida è palesemente una responsabilità personale, come dice la legge, ma è anche espressione della colpa collettiva di una società femminicida, inconsapevole complice di chi si è macchiato dell’omicidio. Nessuna entità civile e religiosa può considerarsi immune dalla vergogna di aver rappresentato l’universo femminile come peccaminoso, meritevole di discriminazione e socialmente ed economicamente inferiore. Storicamente la figura della donna ha oscillato per secoli tra due estremi: da un lato la sacralizzazione più enfatica e la divinizzazione poetica, dall’altra la demonizzazione ghettizzante che bollava l’altra metà del cielo come fonte di conflitto e di impurità. E così, su colui che ha compiuto il più aberrante dei delitti si scaricano millenni di cultura antifemminile che hanno concorso ad armare la sua mano assassina. I mass media accendono i riflettori sulla tragicità arcaica di un gesto odioso per poi far piombare nuovamente la cappa di indifferenza e di omertà che avvolge la violenza quotidiana sulle donne. È amaro dover constatare che il femminicida, pur essendo figlio di donna, non riesce a comprendere che uccidere la donatrice di vita equivale a soffocare l’umanità intera nella sua potenzialità di futuro. Nessuno si interroga sul fallimento educativo che si annida dietro ciascun femminicidio. Una serie di domande emerge sulla figura dell’omicida. Le agenzie formative hanno mai realmente compreso l’abisso in cui stava precipitando? Perché nessuno si è accorto del suo patologico desiderio di possesso? Come mai non ha imparato ad accettare un diniego? È possibile che neppure le lacrime della vittima gli abbiano sfiorato il cuore offuscato da una visione distorta e malata dell’affetto? Ma come ha potuto continuare a scagliare la pietra contro una creatura inerme, posta dalla creazione a fondamento del succedersi delle generazioni? Purtroppo altri cadranno in questo inferno finché non verrà sconfitta la cultura di morte che provoca la soppressione della vita femminile fin dal grembo materno. Dagli aborti selettivi nelle Nazioni più popolose allo sfruttamento delle bambine lungo la Via Crucis della tratta, alla discriminazione di genere che, in alcune zone del mondo, imprigionano “il genio femminile” (secondo la definizione di Karol Wojtyla). Tutto ciò si materializza tristemente nell’istruzione negata, nei matrimoni combinati, nella prostituzione coatta, nell’esclusione dalla vita pubblica. La lacerazione inflitta al corpo e all’anima della “donna crocifissa” è una sconfitta individuale e collettiva che grida al Cielo tutta la sua disperata ingiustizia. Non c’è però tenebra tanto oscura da impedire alla misericordia divina di rischiararla. Il mondo inizia a cambiare quando il pugno si apre in una carezza. La conversione comincia laddove la maschera di sopraffazione e disprezzo lascia il posto alla sincera invocazione di perdono.

 

*Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII

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