Anche una sola persona salvata è una meraviglia agli occhi di Dio

Domenica 2 Agosto 2020 di Don Aldo Buonaiuto
«La tratta di persone continua ad essere una ferita nel corpo dell’umanità contemporanea. Ringrazio di cuore tutti coloro che operano a favore delle vittime innocenti di questa mercificazione della persona umana. Tanto rimane ancora da fare!». Il tweet scritto da Papa Francesco per la Giornata mondiale contro la tratta di persone – ricorrenza proclamata nel 2013 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite – fa riflettere sul terribile fenomeno del traffico di esseri umani. Questa piaga mondiale, che coinvolge circa 40 milioni di persone delle quali un terzo minori e circa il 70% donne e bambine, prima di rivelarsi un business per le organizzazioni criminali è un “habitus mentis”. Cioè un modo di pensare il più debole, sulla scia di una avvelenata mentalità che è alla base di un processo del quale noi vediamo solo la triste punta dell’iceberg. Non possiamo, infatti, dimenticare che il regime di schiavitù è stato per millenni ritenuto normale, quasi una necessità sociale. Basti pensare, poi, alla resistenza delle caste in diversi paesi asiatici e alla condizione della donna alla quale vengono vietate infinite possibilità. Oltre alle conseguenze tragiche per chi vuol cambiare religione o di chi cerca di emanciparsi dalla repressione familiare e sociale. Per non parlare delle piaghe del lavoro minorile e del turismo sessuale e dei bambini messi in vendita. E poi c’è chi per non morire di fame si consegna nelle mani dei trafficanti di organi. E c’è chi, per non far mancare il pane ai figli o per colpa di una promessa illusoria, finisce nella rete del racket della prostituzione. A dimostrazione che dietro la tratta c’è soprattutto una mentalità deviata, posso portare la mia trentennale esperienza con la Comunità Papa Giovanni XXIII di don Oreste Benzi sulle strade della prostituzione. «Anche solo una persona salvata – era solito ripetere il sacerdote riminese – è una meraviglia agli occhi di Dio e agli occhi dell’umanità». Papa Francesco ha condannato il mercimonio coatto come una «condotta schifosa» e un «crimine contro l’umanità». Nei lager in Libia e sui barconi alla deriva nel Mediterraneo ci sono anche le nostre figlie e sorelle, non vite a perdere sulle quali – nello squallore materialistico di un consumismo immorale che non si ferma mai – imporre tasse o bolle di consegna per le “madame” incaricate di smistarle sui marciapiedi delle nostre città. Non so se potrà mai rimarginarsi la ferita della povera ragazza nigeriana che accompagnai al pronto soccorso quella notte che un cosiddetto “cliente” le aveva schiacciato la mano nella portiera della macchina per riprendersi i soldi della prestazione sessuale. In ospedale fu più il fastidio che la compassione: «Padre, ma lei che vuole fare il salvatore del mondo?», mi sono sentito domandare all’accettazione. Uno sconcerto paragonabile solo alla disperazione con la quale un’altra vittima della tratta descriveva la nascita e la morte del suo bimbo in strada. Una disumanità che trova atroce manifestazione persino nelle pietre e nelle bottiglie che per scherno tanti giovani, troppi, scagliano contro le donne schiavizzate al termine di serate “goliardiche” nelle quali si sentono autorizzati a disprezzare e offendere le più indifese delle creature. Dovrebbero vergognarsi anche coloro che, sotto lo sguardo dei loro figli e delle loro figlie, pretendono che lo Stato equipari la prostituzione a un lavoro e che apponga il “bollino” di qualità, e anche quello dell’Iva, sulla vendita di carne umana. Sono in particolare due Papi, gli unici leader mondiali che hanno avuto il coraggio – con una carezza in piazza San Pietro, Papa Wojtyla e un mea culpa a nome dei cristiani Papa Bergoglio – di riconoscere Cristo nel volto sfigurato di quelle che don Benzi chiamava “sorelline”. Il cristiano, e chiunque creda nella giustizia, è chiamato a lottare per affrancare dalla schiavitù i propri simili, mettendo la spalla sotto la croce di chi soffre e anche dicendo a chi fabbrica le croci di smettere di costruirle. Ricordiamoci, oggi che siamo di fronte al bivio etico della pandemia, che saremo giudicati un giorno da come avremo trattato i più fragili di noi.

*Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII © RIPRODUZIONE RISERVATA