Carlo è beato, un esempio nella moderna era digitale

Domenica 11 Ottobre 2020 di Don Aldo Buonaiuto

Una settimana fa ad Assisi il Pontefice ha firmato l’enciclica “Fratelli tutti”. Nella stessa Basilica Papale di San Francesco, ieri pomeriggio, è stato beatificato Carlo Acutis, un ragazzo che avrebbe potuto vivere nell’agio e invece si chinò sulle piaghe degli ultimi. In ospedale, prima di morire a 15 anni di leucemia fulminante, disse: «Offro al Signore le mie sofferenze». «C’è chi sta peggio di me», spiegava ai medici che gli domandavano se stesse soffrendo. Un giovane innamorato della vita e del Vangelo che considerava l’Eucarestia la sua «autostrada per il Cielo». E che fece arrivare la Parola di Dio ai suoi coetanei attraverso internet al punto che Papa Francesco, nella sua lettera Christus vivit rivolta a tutti i giovani del mondo, lo ha presentato come modello di santità giovanile nell’era digitale. Scrive di lui il Santo Padre: «Ha saputo usare le nuove tecniche di comunicazione per comunicare valori e bellezza». Elevarlo agli onori degli altari è un incoraggiamento della Chiesa a un mondo giovanile attraversato da una pesante crisi educativa. Infatti, la mancanza di punti di riferimento sani nella famiglia e nella società spinge i giovani a ricercare dei falsi e cattivi modelli nell’ambiente che li circonda e ad assorbire messaggi che tendono a creare l’illusione di una vita scontata e priva di sacrifici. Un mondo eticamente sempre più povero e sottomesso alle regole del profitto rischia di creare generazioni disorientate, fragili, frustrate e incapaci di coltivare un autentico senso della responsabilità personale. Proprio per questo, diffondere con entusiasmo la testimonianza di esempi virtuosi aiuta anche a contrastare una sorta di pseudo-cultura che propaga gli aspetti più negativi dell’esistenza crogiolandosi nel rappresentare il male, la devianza, la disperazione. Invece il quindicenne divenuto beato, per la sua buona frequentazione della Rete, è stato proposto come patrono di Internet. Avrebbe potuto fare di tutto nella vita. Ma Dio aveva un piano diverso. E Carlo lo aveva compreso negli ultimi giorni della sua vita: «La nostra meta deve essere l’infinito, non il finito. L’infinito è la nostra patria. Da sempre siamo attesi in cielo». Oggi è al centro di una venerazione planetaria e grazie al suo esempio e al suo carisma anche il domestico di casa Acutis, un induista di casta sacerdotale bramina, decise di chiedere il battesimo. Con lo stesso spirito di unità, papa Francesco, attraverso “Fratelli tutti”, abbraccia l’intera umanità duramente provata dalla pandemia. L’emergenza sanitaria globale è servita a dimostrare che «nessuno si salva da solo» e che è giunta davvero l’ora di «sognare come un’unica umanità» in cui siamo «tutti fratelli». Fin dalla sua elezione Francesco ha subito dichiarato che la Chiesa, per essere «dei poveri», dev’essere povera essa stessa. Lui ne fa il centro della dottrina sociale e dà l’esempio con lo stile della sua vita. Francesco sente che solo uno stile di povertà e di solidarietà consente alla Chiesa di essere la Chiesa di Cristo e del Vangelo. Mentre in alcuni ambienti si alimenta la divisione, Francesco testimonia una Chiesa di comunione. La misericordia di Dio verso l’uomo è il segno più grande dell’amore per ogni creatura. Questo tratto distintivo, il più profondo nella dimensione della fede cristiana, è costitutivo della Chiesa in uscita proposta da Francesco. Il legame della nuova enciclica con le radici evangeliche è profondo e vero. Così come la capacità del Papa di comunicare, in modo semplice ma nello stesso tempo mai banale, il messaggio di salvezza di Cristo al mondo. La nuova evangelizzazione ha bisogno di confrontarsi con tutti perché solo dall’unità può scaturire la polifonia. Come nel canto gregoriano l’armonia deriva dalla valorizzazione delle individualità, così nella Chiesa chi vuole infrangere l’unità opera per confondere e disorientare il popolo di Dio. La pandemia, svela il Santo Padre, «ha fatto irruzione in maniera inattesa proprio mentre stavo scrivendo questa lettera». Ora sta a noi dimostrare di non essere più biblicamente «un popolo dalla dura cervice» e di saper far tesoro della lezione del Papa della misericordia.

*Asssociazione Comunità Papa Giovanni XXIII

Ultimo aggiornamento: 15 Ottobre, 21:44 © RIPRODUZIONE RISERVATA
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