Quella leva fondamentale per recuperare gli inattivi

Mercoledì 12 Gennaio 2022 di Donato Iacobucci
Quella leva fondamentale per recuperare gli inattivi

Nell’articolo della scorsa settimana avevo insistito sull’importanza di un sistema di formazione permanente per sostenere l’aggiornamento continuo dei lavoratori e favorirne la mobilità. Avevo anche accennato al fatto che l’attività di formazione e aggiornamento avrebbe dovuto interessare anche le persone che per varie ragioni, pur essendo in età da lavoro, non risultano né occupate né nello stato di disoccupazione (quest’ultimo presuppone l’attiva ricerca di un lavoro). Persone cioè non interessate a svolgere un’attività lavorativa. Siamo il paese dell’Unione Europea con la più alta quota di ‘inattivi’ e, di conseguenza, con il più basso tasso di attività, cioè della quota di persone in età da lavoro che è occupato o è interessata a cercare un lavoro.

Nel 2020 il tasso di attività risultava in Italia del 64,1%; il che implica che circa un terzo della popolazione fra i 15 e i 64 anni risulta fuori dal mercato del lavoro. La media UE è del 73% ma alcuni paesi del nord-Europa (come Olanda o Svezia) superano l’80%. È un vero paradosso se pensiamo che la nostra Costituzione parte proprio (art. 1) dall’affermazione che “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. L’aspetto ancor più preoccupante del caso italiano è che la quota di inattivi è maggiore nella popolazione giovanile e nella popolazione femminile. Nel caso della popolazione giovane, in particolare quella fra i 15 e i 29 anni, si può supporre che il tasso di inattività sia conseguenza dell’impegno in percorsi di formazione.

Per questa ragione fra gli indicatori del mercato del lavoro è utilizzato un indicatore che misura la percentuale di giovani che si trovano nella condizione di NEET (Not in Employment, Education or Training), cioè persone che non sono nelle forze di lavoro ma che non sono nemmeno impegnati in percorsi di formazione. Anche in questo caso la situazione italiana è drammatica. Nella fascia di età fra i 15 e i 29 anni la percentuale di NEET è del 23,3%. Siamo al primo posto nella UE (superiamo anche Romania e Bulgaria) con l’ulteriore aggravante di una differenza significativa fra donne e uomini a svantaggio delle donne. In questo, come in altri fenomeni, la media italiana nasconde profonde differenze territoriali fra le regioni del nord, più vicine alle medie europee, e quelle del sud, ancora più distanti. Le Marche sono in una situazione intermedia fra nord e sud con valori degli indicatori leggermente superiori alla media nazionale: nel 2020 il tasso di attività era del 69,3%; la percentuale di NEET del 17,9%. Un risultato non certo soddisfacente se pensiamo che nei decenni di maggiore sviluppo le Marche erano fra le regioni con i più alti tassi di attività nel nostro paese. La situazione del mercato del lavoro ha subito un inevitabile peggioramento nell’ultimo biennio, anche se la notevole accelerazione della seconda metà del 2021 ha riportato i valori dell’occupazione ai livelli pre-pandemia.

L’attenzione alle variazioni congiunturali, che è diventata spasmodica negli ultimi mesi, non deve però farci dimenticare il dato strutturale. I valori del 2020 risentono della crisi congiunturale ma la situazione del mercato del lavoro italiano, in termini di tassi di attività e di percentuale di NEET, era drammatica già prima della pandemia e tale rimane. Essa va affrontata in ottica di lungo periodo agendo con decisione in diversi ambiti ma innanzitutto in quello della formazione professionale e degli strumenti che consentono un’efficace e continua transizione fra le attività di formazione e l’attività lavorativa.

Il PNRR destina una missione specifica a questo tema, con uno stanziamento di quasi 20 miliardi di euro destinati ad innovare il mercato del lavoro, migliorare la formazione e rendere più efficaci le politiche attive per il lavoro. Sono risorse rilevanti ma probabilmente insufficienti se consideriamo l’entità del fenomeno e il terreno da recuperare. Elevare i tassi di attività, mettendo le persone nelle condizioni di valorizzare al meglio le proprie capacità e le proprie aspirazioni attraverso il lavoro, dovrebbe essere un’assoluta priorità. Un efficace sistema di formazione permanente è la leva fondamentale per ottenere il risultato. 

 

* Docente di Economia  alla Politecnica delle Marche e coordinatore Fondazione Merloni

 

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