L’industria del cinema ha bisogno di una regia

L’industria del cinema ha bisogno di una regia

di Donato Iacobucci
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Mercoledì 22 Maggio 2024, 06:00

Nell’articolo di fondo di venerdì scorso su questo giornale Giovanni Guidi Buffarini ha proposto alcune interessanti riflessioni sulla produzione cinematografica in Italia, prendendo spunto dei deludenti dati di incasso dalle sale cinematografiche nei primi mesi di quest’anno. L’industria del cinema e del video entertainment è cresciuta in modo consistente negli ultimi decenni ed ha recuperato rapidamente l’impatto della pandemia. Considerando le diverse modalità di fruizione dei contenuti – pay TV, sale, home/mobile – la domanda nel mercato mondiale supera i 300 miliari di dollari.

A crescere sono soprattutto i contenuti digitali e i sottoscrittori delle piattaforme on line hanno raggiunto gli 1,5 miliardi. La produzione cinematografica è un’industria con una filiera particolarmente complessa in termini di soggetti coinvolti, tecnologie, prodotti e servizi. Come sottolinea Giovanni Guidi Buffarini, il successo dei contenuti proposti dipende dalla creatività di sceneggiatori e registi ma anche, e forse soprattutto, dal ruolo dei produttori e dalla loro capacità di investire in progetti che stimolino la creatività ma siano anche capaci di intercettare i gusti del pubblico.

L'Italia è ben posizionata dal lato della produzione: siamo settimi a livello mondiale per numero di film prodotti. Ma siamo decisamente più in basso nelle classifiche quando consideriamo i ricavi ottenuti con questa produzione o le vendite dei biglietti nei cinema. La nostra produzione cinematografica, abbondante in quantità, sembra riscuotere scarso apprezzamento sia nelle sale italiane sia nel mercato mondiale. Non mancano, come tipico del nostro paese, le punte di eccellenza; ma il settore nel suo complesso ha una performance inferiore a quanto ci si potrebbe attendere tenuto conto di un glorioso passato e di infrastrutture di livello (Cinecittà è fra i più grandi centri di produzione in Europa). Come sottolinea Guidi Buffarini, la questione è che la creatività da sola non basta. Ammesso che si sia capaci di proporre contenuti interessanti è necessario saperli promuovere e distribuire. E’ fondamentale in questa industria il gioco di squadra fra grandi e piccole imprese.

L’industria USA, leader mondiale in termini di valore dei prodotti, viene generalmente associata a Hollywood e alle big majors: Universal Pictures, Paramount Pictures, Warner Bros., Walt Disney Studios, and Sony Pictures.

E’ vero che queste imprese controllano una quota rilevante della produzione e della distribuzione; allo stesso tempo, come tiene a sottolineare la Motion Picture Association, l’industria cinematografica USA è composta di 122 mila imprese, il 92% delle quali con meno di 10 addetti e sparse in tutti gli stati degli USA. L’industria acquista oltre 33 miliari di dollari di beni e servizi da altri settori dando lavoro, in modo diretto o indiretto a 2,7 milioni di persone. Questo consente di sottolineare due aspetti. Il primo è che la presenza di grandi imprese non è affatto alternativo a quello delle piccole. Al contrario, il ruolo delle grandi imprese nella produzione e nella distribuzione traina lo sviluppo delle piccole imprese, che sono essenziali nell’assicurare l’offerta di servizi e competenze specialistiche.

La seconda è che la concentrazione territoriale in grandi centri urbani è inevitabile per questo tipo di industria ma non esclude la possibilità di sviluppo in altre aree. Anche nelle Marche vi è una significativa presenza di competenze specialistiche nell’industria cinematografica. Che si gioverebbe sicuramente di una maggiore capacità delle poche major italiane di produrre contenuti di successo per il mercato nazionale e internazionale. Non mancano in Italia gli incentivi pubblici alla produzione, oltre alle film commission regionali che promuovono il settore nei diversi territori.

Nel primo caso, come si è visto, si alimenta una produzione che trova scarso apprezzamento nel mercato. Nel secondo, il tentativo di sviluppare produzioni in tutti i territori finisce per disperdere e annullare gli sforzi. In questo come in altri settori la politica industriale basata sui mille rivoli di intervento e non coordinata a livello nazionale finisce per essere poco efficace. 

* Docente di Economia  all’Università Politecnica delle Marche e coordinatore della Fondazione Merloni

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