Ius scholae, risposta equa al diritto di cittadinanza

Ius scholae, risposta equa al diritto di cittadinanza

di Sauro Longhi
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Lunedì 4 Luglio 2022, 07:35 - Ultimo aggiornamento: 12 Luglio, 10:12

Sicuramente nelle scuole. È in classe che gli insegnanti rafforzano la nostra Repubblica, educandoci ai valori della Costituzione. Sono loro che ci introducono alla storia e alla cultura del nostro Paese. Su questo modello tutti quanti noi siamo cresciuti, ne abbiamo attinto i valori irrinunciabili di democrazia e libertà, diventando cittadini con pieni diritti e doveri. È il percorso di formazione e di studio che trova realizzazione nelle scuole, con le tante occasioni di confronto e di socializzazione che lo accompagna, che ci rende cittadini. Se condividiamo tutto questo allora dobbiamo condividere anche la proposta di legge ispirata al principio dello “ius scholae” che intende regolamentare la cittadinanza collegandola al diritto all’istruzione. Perché non dare una risposta di cittadinanza ai tanti giovani che vivono nelle nostre città, frequentano le nostre scuole, giocano nei nostri campi di calcio, solo perché sono figli di genitori non italiani? Ogni volta che si tenta di dare una risposta adeguata, nascono contrapposizioni spesso esasperate e strumentali con dati che non sempre corrispondono alla realtà.

La proposta di “ius scholae” prevede che una bambina o un bambino figli di non italiani ma nati in Italia o che vi hanno fatto ingresso entro i 12 anni di età, e che vi siano rimasti senza interruzioni per almeno 5 anni, frequentando regolarmente “uno o più cicli scolastici”, possano acquistare la cittadinanza italiana, attraverso una dichiarazione di volontà di entrambi i genitori da presentare entro il compimento dei 18 anni.
In Italia la legge per la cittadinanza è ispirata alla discendenza genetica, vale il principio di “ius sanguinis”, una bambina o un bambino sono italiani solo se lo è almeno uno dei due genitori, indipendentemente da dove siano nati o cresciuti. I figli di immigrati, anche se nati in Italia, diplomati nelle nostre scuole, padroni della nostra lingua e in molti casi del nostro dialetto, possono far richiesta di diventare italiani solo al compimento dei 18 anni, ed i tempi di attesa necessari secondo l’attuale legge sono due anni, ma molto spesso vanno ben oltre questo termine.

Nelle nostre università abbiamo studentesse e studenti che hanno seguito un percorso di crescita e studio identico a quello dei nostri figli, eppure sono ancora considerati “stranieri”. Ricordo alcuni anni fa, invitato ad una festa religiosa come Rettore, un incontro con una nostra studentessa di Medicina che mi chiese alcune informazioni su come intraprendere i percorsi di specializzazione medica. Incuriosito dall’eleganza degli abiti che indossava e che rimandavano a culture e storie di paesi lontani, chiesi dove era nata. La sua risposta, per lei ovvia per me inaspettata, fu: Loreto, la mia città, dove anch’io sono nato, solo che lei non era ancora cittadina italiana. Per quanto altro tempo possiamo tollerare queste ingiustizie? 
Una società equa e attenta ai diritti e ai doveri di tutti deve trovare una soluzione giusta al diritto di cittadinanza. Dovrebbe essere facile comprenderne l’importanza, per noi che siamo stati e siamo un popolo di migranti. In un periodo non così tanto lontano i nostri nonni, i nostri genitori hanno avuto sorelle e fratelli che hanno scelto di emigrare per cercare un lavoro e condizioni sociali dignitose in paesi anche molto lontani. Anche oggi molti italiani scelgono altri Paesi per costruire il proprio futuro. L’Istat ha calcolato che negli ultimi 10 anni quasi 900 mila italiani si siano trasferiti all’estero, circa un quarto di questi in possesso di una laurea. Dati che negli ultimi due anni di pandemia hanno oscillato parecchio, ma che confermano una tendenza ormai evidente. Infine, per comprendere il bisogno di una soluzione giusta al diritto di cittadinanza basterebbe leggere l’enciclica “Fratelli Tutti” di Papa Francesco sul valore della cittadinanza globale: “Le migrazioni costituiranno un elemento fondante del futuro del mondo, ma oggi esse risentono di una perdita di quel senso della responsabilità fraterna, su cui si basa ogni società civile...”.

* Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione  Facoltà di Ingegneria Università Politecnica delle Marche

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