Le diseguaglianze sociali sono una scelta politica

Le diseguaglianze sociali sono una scelta politica

di Francesca Spigarelli
5 Minuti di Lettura
Sabato 17 Febbraio 2024, 05:10

La Fondazione Openpolis ha pubblicato questa settimana alcuni dati e riflessioni sul tema delle disuguaglianze di reddito in Italia. Partendo dal contesto delineato a livello mondiale da Oxam, organizzazione internazionale che opera per il contrasto delle disuguaglianze, è stato tracciato un quadro particolarmente preoccupante per il nostro Paese. I divari di reddito che ci caratterizzano hanno implicazioni molteplici, tra cui anche la limitazione delle opportunità che i minori hanno di crescere e formarsi, vivere in modo dignitoso. Vorrei condividere con i lettori del Corriere Adriatico alcuni dei dati riportati ai Openpolis, insieme a qualche considerazione anche relativa alla nostra Regione. Iniziando dal contesto globale, i dati evidenziano come le disuguaglianze si siano accresciute nel 2023.

Le 5 persone più abbienti del mondo hanno raddoppiato le proprie ricchezze dal 2020, mentre oltre la metà della popolazione mondiale (4,8 miliardi di individui) è più povera oggi rispetto al 2019. Nel 2022 l’1% più ricco della popolazione in Europa deteneva l’11,4% del reddito totale, mentre l’Italia si classificava sesta tra i paesi dell’Unione con i divari maggiori. Ora nel nostro Paese, il 5% delle famiglie più ricche, possiede il 46% della ricchezza netta. L’Italia, tra i paesi core dell’Unione Europea, è quello che registra il divario più ampio in tema di redditi: l’1% della popolazione controlla il 13,6% di tutto il reddito nazionale. Abbiamo anche un altro primato.

Siamo il Paese che ha subito il maggior accentramento delle ricchezze: +7,4 punti percentuali tra 1980 e 2022, con un aumento più pronunciato dal 2020 in avanti. Continuando con alcuni numeri, è utile commentare brevemente anche uno degli indici più impiegati nelle analisi economiche per comprendere le disuguaglianze legate ai redditi: l’indice di Gini. L’indicatore può assumere valori compresi tra 0% e 100%. Più l’indice sale, avvicinandosi a 100, più ci si allontana da una situazione di uguaglianza perfetta nella distribuzione dei redditi (0% indica che tutti gli individui sono in grado di fruire del medesimo reddito). Ebbene, nel 2022 per l’Italia l’indice di Gini è stato pari al 32,7%, il quarto valore più alto in Europa (la cui media è pari a 29,6% ), dopo Bulgaria (38,4%), Lituania (36,2%) e Lettonia (34,3%). I Paesi con maggiore uguaglianza sono invece il Belgio (24,9%), la Repubblica Ceca (24,8%), la Slovenia (23,1%) e la Slovacchia (21,2%). La situazione Italiana è resa ancora più preoccupante da un ulteriore dato.

L’Italia è uno dei paesi Ue con minore mobilità sociale, ossia la possibilità di migliorare la propria condizione economica rispetto ai genitori. La stima dell’Ocse indica che in Italia se si nasce in un contesto di povertà sono necessarie almeno 5 generazioni per giungere alla fruizione di un reddito pari a quello medio nazionale. Parlare di disuguaglianze economiche è essenziale per comprendere molte dinamiche che dalla povertà di reddito e ricchezza promanano. In primis quelle che incidono sulle famiglie e, attraverso queste, sui minori. Le disuguaglianze nella condizione di partenza delle famiglie generano divari educativi, sociali ed economici per bambine e bambini, alimentando anche la trappola della cosiddetta povertà educativa.

Il premio Nobel Amartya Sen ha insegnato come il livello di benessere delle persone non è definito semplicemente dal reddito e dalla ricchezza, ma dalle loro capacità e opportunità di miglioramento.

Tra queste anche l’accesso all’educazione. Non è, dunque, difficile intuire le conseguenze del fatto che 1 famiglia su 100 in Italia ha dichiarano nel 2022 di non avere le risorse per acquistare i beni necessari per la scuola (1,7 se si considera solo il sud e 2,2 per le sole isole). “Povertà economica e povertà educativa si alimentano a vicenda”, come indica Openpolis. Analizzare la situazione delle famiglie a livello locale diviene cruciale per chi ha nelle proprie mani la responsabilità e il potere di gestire, amministrare, scegliere i sentieri di sviluppo della popolazione e delle comunità. Openpolis si sofferma sull’indice di concentrazione dei redditi più bassi, che utilizza i dati delle dichiarazioni Irpef. Pur con tutti i problemi legati all’evasione fiscale e ovviamente consapevoli del fatto che il reddito è soltanto uno dei fattori che determinano la povertà educativa, la concentrazione di contribuenti a basso reddito è comunque un indicatore utile. Nel nostro paese (come nella nostra Regione) emergono grossi divari tra nord e sud (tra aree interne e aree costiere o a maggiore intensità di sviluppo urbano e industriale).

Nel sud, la quota di persone con reddito compreso tra 0 e 10.000 euro è pari al 36,5%, rispetto al 26,6% del centro, 22,3% del nord-est e 22,1% del nord-ovest. È la Calabria la regione con la maggior quota di dichiaranti redditi bassi (41,5%), seguita da Sicilia (37,8%), Campania (36,7%) e Puglia (36,5%). Piemonte (22,2%), Lombardia (21,4%) e Emilia-Romagna (21,2%) hanno invece le percentuali più basse. Venendo alle Marche, sono le zone interne a soffrire maggiormente in termini di concentrazione di contribuenti a basso reddito: Monte Grimano Terme, Arquata Del Tronto, Frontino, Monte Cerignone, Belmonte Piceno registrano percentuali tra il 38 e il 35%. Monte San Vito, Castelbellino, Filottrano, Polverigi sono i comuni con una concentrazione inferiore al 20%. Si tratta di fragilità sempre più evidenti rispetto al resto dei paesi europei e che richiedono in modo chiaro interventi ed azioni volte a sollevare intere comunità.

Non guardare a queste fragilità ed agire con chiare politiche industriali, di welfare, educative significa ipotecare (bruciare) il nostro futuro. Significa togliere la possibilità ai nostri giovani di studiare, di avere accesso ad opportunità di crescita, di ottenere un lavoro dignitoso, di godere di quella mobilità sociale che si è attualmente inceppata. Una disuguaglianza eccessiva può erodere la coesione sociale, portare alla polarizzazione politica e rallentare lo sviluppo. Come indicato dal Word Inequality Lab nell’ultimo Rapporto mondiale «la disuguaglianza non è inevitabile, ma è una scelta politica», dai livelli più macro fino a quelli più locali.

* Professoressa ordinaria  di Economia applicata all’Università di Macerata

© RIPRODUZIONE RISERVATA