Bella la zona 30 nelle città: peccato che non risolva

Bella la zona 30 nelle città: peccato che non risolva

di Edoardo Danieli
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Martedì 7 Novembre 2023, 06:05

Avete mai provato a guidare la macchina a 30 km all’ora nella vostra città? Fatelo, è un’esperienza che accende molte suggestioni sull’organizzazione della mobilità cittadina. Iniziamo dal principio: che cosa sono le zone Trenta? Si tratta di strade urbane in cui viene abbassato il limite di velocità che il Codice della strada fissa a 50 km all’ora e lo si porta, appunto, a 30 km all’ora. Un provvedimento che mira a un duplice obiettivo: da un lato accrescere la sicurezza di pedoni e ciclisti; dall’altro di contenere l’inquinamento prodotto dal traffico che, nonostante l’introduzione di trazioni alternative ai combustibili fossili, resta sempre un fattore tossico del paesaggio urbano.

C’è un terzo fattore, meno noto, che alcuni automobilisti di Bologna, dove il provvedimento dei 30 all’ora è già in vigore, hanno messo in evidenza: e cioè la diminuzione dello stress che la marcia a motore lenta produce, togliendo quella competitività che sovente si misura agli incroci o ai semafori quando si viaggia con il motore imballato. Anche nelle Marche ci sono città che hanno introdotto o stanno valutando se introdurre il provvedimento: tra le altre Pesaro, Jesi, Senigallia, Porto Recanati, Porto San Giorgio, Ascoli.

Sicuramente le zone Trenta sono un provvedimento utile ma, altrettanto senza dubbio, sono un pannicello caldo che non solo non risolve il problema della viabilità ma rischia talora di aggravarlo. Proviamo a spiegarci: le auto o si tolgono del tutto o si mettono in condizioni di poter essere utilizzate garantendo una velocità di esercizio che non è solo quella della marcia ma del tempo complessivo di trasferimento. La prima ipotesi è quella senza dubbio preferibile: sì a grandi zone cittadine dove le auto non possono circolare per niente. Certo che questo provvedimento richiede un cambio epocale: nell’organizzazione della vita cittadina, nei comportamenti dei cittadini.

Ci sono città, Ancona è una di queste per esempio, in cui, per esempio, non poter parcheggiare sotto casa o davanti alla scuola dei figli in orario di uscita è ritenuto un vulnus.

Non ci potrà essere iniziativa di qualunque portata sulla mobilità se questo atteggiamento di comodo non passerà. L’altro atteggiamento che deve cambiare è lo stigma nei confronti dell’utilizzo dei mezzi pubblici perché un altro nodo del problema è proprio questo: solo attraverso un ammodernamento ed efficientamento del trasporto pubblico locale si potrà arrivare a una consistente riduzione del traffico veicolare cittadino con evidenti benefici per tutti. Diceva Enrique Peñalosa, sindaco di Bogotà, che un Paese sviluppato non è quello dove i poveri hanno un’auto ma quello dove anche i ricchi usano il trasporto pubblico. Ora, perché questo accada occorre che il Tpl cambi pelle. Bisogna in primo luogo rendere competitivo l’utilizzo del bus, penalizzando chi utilizza l’auto privata: sarebbe sufficiente pensare a un sistema di tariffe di ingresso e di sosta adeguate. In secondo luogo se gli autobus tradizionali in determinate zone non sono sostenibili economicamente, bisogna pensare a sistemi alternativi.

Uno, testato un po’ di anni fa sempre ad Ancona, era l’autobus a chiamata, fallito perché, come spesso accade, probabilmente un po’ troppo avanti per i tempi. Riproposto ora, con l’avvento della comunicazione istantanea garantita dalle connessioni in rete, potrebbe dare risultati differenti anche alla luce della diffusione delle pratiche legate alle città smart, che non vanno ignorate per compiacere le tradizionali lobby che paralizzano il Paese.

Bisogna infine pensare, ed è il vero scoglio perché si vanno a toccare rendite di posizione risalenti, a nuove organizzazioni delle città dove ci siano quartieri in cui convivono funzioni diverse (abitazione, servizi, commercio) superando la distinzione tra centro e periferia. In questo quadro, la meritoria zona Trenta è una foglia di fico, un panniccello caldo per non affrontare decisamente un nodo da cui dipendono vivibilità e socialità delle nostre città.

* Caporedattore del Corriere Adriatico

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