Papa Francesco

Pace, serve una conversione contro il veleno della guerra

di don Aldo Buonaiuto
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Domenica 14 Gennaio 2024, 05:15

L’amore è l’unico antidoto al veleno della guerra. Nell’imperitura testimonianza di Madre Teresa è racchiusa una profonda lezione di pace: «La sensazione più piacevole? La pace interiore. Non abbiamo bisogno di pistole e bombe per portare pace, abbiamo bisogno di amore e compassione». Purtroppo, invece, «troppa violenza, troppo sangue», avverte il Papa: «Stiamo dimostrando che in noi c’è ancora lo spirito di Caino che guarda Abele non come un fratello ma come un rivale da eliminare». Quella costruita dal Pontefice, nei suoi viaggi, nei suoi incontri e nell’attività diplomatica della Chiesa, è una “geopolitica della misericordia” che, lungi dal rappresentare una debolezza, si trasforma al contrario in un motivo di forza e autorevolezza.

Ciò emerge in innumerevoli snodi del Magistero, ad esempio, nel gesto umile e decisivo dell’indizione di un giorno di digiuno e preghiera per fermare il massacro in Siria, o nella determinante mediazione di Jorge Mario Bergoglio nei rapporti tra Usa e Cuba. Ecco l’Ecclesia libera, povera, ancorata alla vera ricchezza che le viene da Dio. La pace proposta dal Pontefice è simile alla speranza di cui parla il poeta Charles Péguy. Ossia è come un fiore fragile che cerca di sbocciare in mezzo alle pietre della violenza. Al contrario la ricerca del potere a ogni costo porta ad abusi e ingiustizie. La politica è un veicolo fondamentale per «costruire la cittadinanza e le opere dell’uomo», ma quando, da coloro che la esercitano, non è vissuta come servizio alla collettività umana, può diventare «strumento di oppressione, emarginazione e persino distruzione».

A oltre un secolo dalla Prima Guerra Mondiale, l’umanità sprofonda nuovamente nella crudeltà dei combattimenti tra popolazioni civili dilaniate, guerre fratricide, pace ridotta al solo equilibrio delle forze e della paura. «Nel mondo, un bambino su sei è colpito dalla violenza della guerra e dalle sue conseguenze oppure è arruolato per diventare egli stesso soldato o ostaggio dei gruppi armati – deplora Francesco –. La pace, invece, è frutto di un grande progetto politico che si fonda sulla responsabilità reciproca e sull’interdipendenza degli esseri umani.

Ma è anche una sfida che chiede di essere accolta giorno dopo giorno». La pace, quindi, è una conversione del cuore e dell’anima. Perciò il Papa indica tre dimensioni indissociabili della pace interiore e comunitaria. Ossia la pace con sé stessi che rifiuta l’intransigenza, la collera e l’impazienza.

Al riguardo San Francesco di Sales consigliava «un po’ di dolcezza verso sé stessi» così da offrire «un po’ di dolcezza agli altri». C’è poi la pace con l’altro, cioè il familiare, l’amico, lo straniero, il povero, il sofferente, attraverso l’incontro e l’ascolto del messaggio che porta con sé. Inoltre c’è la pace con il creato mediante la riscoperta della grandezza del dono di Dio e la parte di responsabilità che spetta a ciascun abitante del mondo quale «cittadino e attore dell’avvenire». Giovanni XXIII, grazie al Concilio ecumenico e alla “Pacem in Terris”, si propone come una voce profetica in un periodo di guerra fredda, mentre a livello pastorale ed ecclesiologico la Chiesa si pensa a tutto tondo, ovvero come fattore di comunione nella diversità, o anche quale popolo di Dio in cui diversi carismi e ministri concorrono all’edificazione corresponsabile del regno di Dio.

A sua volta Papa Francesco, con il continuo richiamo a una fede autentica (da incarnare), capace di toccare il vissuto degli “scartati” della Terra e dell’economia, si mette in mite controtendenza rispetto a quella che lui stesso denomina appunto “la terza guerra mondiale a pezzi”. Secondo Gandhi, nessuna civiltà potrà essere considerata tale se cercherà di prevalere sulle altre. E, per Francesco, «le guerre moderne non si svolgono più solo su campi di battaglia delimitati, né riguardano solamente i soldati: non c’è conflitto che non finisca in qualche modo per colpire indiscriminatamente la popolazione civile e gli avvenimenti in Ucraina e a Gaza ne sono la prova». Già Eleanor Roosevelt aveva rilevato come non sia sufficiente parlare di pace. Bisogna crederci. E non basta crederci. Bisogna lavorarci sopra.

* Associazione  Papa Giovanni XXIII

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