Quando il denaro è un idolo serve l’impazienza della carità

Quando il denaro è un idolo serve l’impazienza della carità

di don Aldo Buonaiuto
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Domenica 22 Ottobre 2023, 05:45

neppure la loro povertà», ha rilevato Papa Francesco. Ma l’indigenza non è una colpa né un destino ineluttabile: in ballo ci sono i diritti dei singoli, della collettività e la sopravvivenza di miliardi di persone. La missione della Chiesa è testimoniare condivisione con i più fragili. Da sempre il magistero ecclesiale afferma come la povertà minacci la dignità della persona che soffre di condizioni disumane per quanto riguarda il cibo, l’alloggio, l’accesso alle cure mediche, l’istruzione, il lavoro, le libertà fondamentali. Al Concilio Paolo VI affidò un ispirato messaggio ai poveri: «Riprendete coraggio voi abbandonati che sentite più gravemente il peso della croce. Voi poveri siete i preferiti del regno di Dio, i fratelli del Cristo sofferente e con lui salvate il mondo. Non siete soli, né separati, né abbandonati, né inutili. Siete l’immagine vivente e trasparente di Cristo».

Anche oggi la Chiesa, stimolata da Francesco, si rivolge alle sofferenze e alle difficoltà della società, guardando alle periferie del mondo. L’espressione “scelta prioritaria” (o “opzione preferenziale”) per i poveri è stata integrata nella dottrina sociale della Chiesa da Giovanni Paolo II. Jorge Mario Bergoglio ribadisce che il Nuovo Testamento non condanna i ricchi, ma l’idolatria della ricchezza e che l’attuale sistema si mantiene con la cultura dello scarto, così crescono disparità e povertà. Francesco riconosce che la globalizzazione ha aiutato molte persone a sollevarsi dalla povertà, ma ne ha condannate tante altre a morire di fame. È vero che in termini assoluti è cresciuta la ricchezza mondiale, ma sono anche aumentate le disparità e sono sorte nuove povertà. Quando al centro del sistema non c’è più l’uomo ma il denaro, quando il denaro diventa un idolo, gli uomini e le donne sono ridotti a semplici strumenti di un sistema sociale ed economico caratterizzato, anzi dominato da profondi squilibri.

E così si scarta quello che non serve a questa logica: i bambini, gli anziani e anche i giovani “né-né”, quelli che non studiano né lavorano.

Non studiano perché non hanno possibilità di farlo, non lavorano perché manca il lavoro. È la cultura dello scarto che porta a rifiutare i bambini anche con l’aborto. Come pure induce all’eutanasia nascosta degli anziani, che vengono abbandonati invece di essere considerati come il legame con il passato e una risorsa di saggezza per il presente. Secondo il Pontefice che vuole una Chiesa povera per i poveri, c’è bisogno di etica nell’economia e anche nella politica. Il pastore può fare i suoi richiami ma, come ricordava Benedetto XVI nell’enciclica “Caritas in Veritate”, servono uomini e donne con le braccia alzate verso Dio per pregarlo, consapevoli che l’amore e la condivisione da cui deriva l’autentico sviluppo, non sono un prodotto delle nostre mani, ma un dono da chiedere. E non si può più aspettare a risolvere le cause strutturali della povertà, per guarire le società da una malattia che può solo portare verso nuove crisi: i mercati e la speculazione finanziaria non possono godere di un’autonomia assoluta.

Senza una soluzione ai problemi dei poveri non risolveremo i problemi del mondo. C’è urgente necessità di programmi, meccanismi e processi orientati a una migliore distribuzione delle risorse, alla creazione di lavoro, alla promozione integrale di chi è escluso. Alle origini del cristianesimo San Giovanni Crisostomo sosteneva: “Non condividere i propri beni con i poveri significa derubarli e privarli della vita. I beni che possediamo non sono nostri, ma loro”. La povertà non è miseria. La miseria è indegnità, la povertà è uno stile di vita. La verità è come l’acqua, la strada la trova.

Non sono gli uomini che cambiano l’umanità, ma Dio. L’imperativo è non abbandonare mai nessuno. Occorre suscitare l’impazienza della carità. “I poveri hanno bisogno delle nostre mani per essere risollevati, dei nostri cuori per sentire di nuovo il calore dell’affetto, della nostra presenza per superare la solitudine”, esorta Francesco. Hanno bisogno di amore, semplicemente. A volte basta poco per restituire speranza: basta fermarsi, sorridere, ascoltare.

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