L’estasi sacralizzata della vittoria e lo stato di calamità permanente

Martedì 20 Luglio 2021 di Rossano Buccioni
L estasi sacralizzata della vittoria e lo stato di calamità permanente

Le prove Invalsi 2021, quelle che certificano lo stato di salute dell’apprendimento scolastico dei ragazzi e che hanno coinvolto oltre un milione di studenti, hanno dato risultati pesantemente negativi con punte del 51% di deficit in Matematica e del 44% in Italiano alle scuole secondarie superiori. Su queste prove si è scritto molto ed accanto ai critici che le riducono polemicamente ad una delle tante forme di ossessione valutativa tipica della cultura dell’accelerazione sociale in cui siamo immersi, vi sono anche coloro che ne deducono l’inconsistenza del “rapporto di informazione” scolastico (essere inseriti in un contesto trasformativo, imparando ad imparare, muovendo dalla presa in carico delle proprie responsabilità).

Gli effetti a lungo termine del parcheggio scolastico sono drammatici, come la probabile ripresa del contagio, rinfocolata dai festeggiamenti di tanti giovani per la vittoria della nazionale di calcio al recente campionato europeo, ragazzi cullati dall’estasi sacralizzata della vittoria in una sorta di gigantesca auto-assoluzione di massa dalle proprie responsabilità. Curiosamente, proprio in questo periodo un complesso musicale italiano (che vedeva un sodalizio artistico cementarsi a partire dalla rimozione di diversi insuccessi, scolastici e non), ha ottenuto grande risonanza internazionale, divenendo una sorta di “re Mida” neotenico a dispetto degli scontati step normativi del normale processo di socializzazione.

I severi dati Invalsi, l’immediata identificazione sportiva nel tripudio collettivo e la religione mercatista del successo, restituiscono un’immagine dell’universo giovanile che invita a riflettere. In quella che il sociologo Ulrich Beck definisce “neo-vivibilita”, pericolosamente proiettata su uno “stato di calamità permanente”, molto spesso è proprio la condizione giovanile incaricata di esprimere una angosciosa sintesi attualizzante, sospesa tra costruzione tecnologica della realtà, incarnazione dell’idea di un facile successo alla portata di chiunque e forzate derive dis-identitarie del sistema di personalità. Dovremmo ricordarcelo, dato che la fine delle utopie della modernità non ci ha collocati in un tempo di saggezza, consegnando le nostre società ad una sorta di iper-modernità vorace e febbrile (H. Rosa).

Le macchine sociali della razionalizzazione individualizzante operano sulla condizione umana nel senso di una silenziosa “pulizia etnica” che si mostra spietata soprattutto a danno dagli esclusi (in primis anziani e le giovani generazioni). Di fatto, la tecnica non ha storia, mentre il fattore umano è ridotto sovente a negatività conflittuale in un ambiente tecnologico che fonda la lettura di ogni situazione sul principio della semplificazione funzionante, operando una costante formattazione delle nostre vite che approda ad un crescente rimaneggiamento di ritmi biologici e dinamiche culturali. Nel vortice di questo contesto relativizzante, ai giovani non resta che vagare alla ricerca della propria nicchia esistenziale dove inscenare la desiderata rappresentazione di sé, che appare spesso come un’estrema esplorazione di ridottissimi margini di protagonismo, data la loro scarsa incidenza nel cambiare le regole di una società solo tecnologicamente ed economicamente integrata. Origina da qui un modo di relazionarsi alla vita che apre al parossismo ed all’irresponsabilità, ispirato da tensioni occasionali, senza nessun interesse per la propria storia personale polverizzata dall’equivalenza dell’agire nel momento in cui tutte le scelte si palesano equiprobabili per poi rendersi immediatamente revocabili. È il mercato a regolare il termometro della socializzazione di tanti giovani cui viene attribuita un’auto-percezione indistinguibile da istanze stilistiche e comportamentali tipiche della pubblicità e di certe culture (o sub-culture) musicali, con le preoccupazioni valutative della scuola che fraintendono drammaticamente le possibilità delle giovani generazioni di saldare l’apprendimento alla costruzione della propria immagine sociale. È la severa perseveranza nell’agire a fornirci identità, contro i rischi del frazionamento psichico e le minacce che ci rivolge una cultura priva di orizzonti di senso scanditi sull’ordine del bene e del male, emozionalmente sospesa tra le graticole dell’ansia ed i finti paradisi della noia.

Non a caso, il gruppo dei Maneskin (epifenomeno paradossale dell’insuccesso scolastico, nonché campione indiscusso di quella giovanile rassegnazione convulsiva espressa da diverse ricerche Eurisko), ha recentemente dichiarato: «non abbiamo un’identità e basta». Come la matrice tecnologica della società si esprime nel mantra “funziona perché funziona”, quella mediatica elegge i Maneskin a selettori del criterio “ha successo perchè ha successo”, singolari tautologie dalle unghie smaltate e dai grotteschi “smaialeggiamenti”, alacremente impegnate a tessere e disfare la tela della pura contingenza sociale, in base al criterio “se non loro, ad altri”.

Nient’altro, nella desertificazione emotiva dell’unmarked space sonoro internazionale, dove collidono appetiti e disperazioni nel “connesso isolamento” di persone dedite totalmente all’invenzione di nuove regole del gioco, ignorando che il gioco – quello vero – non sa che farsene di esistenze fraintese come esperimento sociale dall’esito permanentemente incerto. Il vuoto trionfa in quell’ottimismo egocentrico - a lungo studiato dal sociologo Falko Blask - che oppone una serie di esasperate contromosse all’inconsistenza estetizzata sospesa sul suo abisso dato che, “se la vita é uno scherzo, dobbiamo almeno riderci sopra”, magari gioendo fino allo sfinimento per una vittoria calcistica.

 

* Sociologo della devianza e del mutamento sociale

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA