Il filo rosso dei crimini nei paesi e l’asimmetria dell’ipermodernità

Martedì 27 Luglio 2021 di Rossano Buccioni
Il filo rosso dei crimini nei paesi e l’asimmetria dell’ipermodernità

Nei tanti fatti di sangue che hanno portato alla ribalta piccoli centri della nostra regione, si potrebbe stabilire - al di là dello specifico carattere criminologico - la presenza di elementi strutturanti o linee di tendenza che trovano nella fine del legame sociale il loro senso? Nella nostra epoca il senso di auto-efficacia, sancito dal passaggio dall’esistere al funzionare (M. Benasayag), ci trasforma spesso in un mero bilancio di competenze, illudendoci di poter affidare le nostre speranze di miglioramento all’azione trasformativa della nuova civiltà delle macchine.

Il sociologo Zigmunt Bauman sosteneva che «sarebbe una grande fortuna se il male fosse incarnato da una serie di persone specifiche, ma non è mai così. Basta infatti un aspetto apparentemente trascurabile di una situazione sociale per indurci talvolta a commettere atti riprovevoli». La rimozione dell’integrazione morale del sistema sociale (come strategia di funzionalizzazione della condizione umana), fa del bene e del male qualcosa di scarsamente definito nella nostra costellazione di aspettative in cui non si applicano più principi apodittici in modo indifferenziato, ma li si utilizza discutendone la validità prima di orientare i propri giudizi e le proprie azioni. Se occorre definire una strategia di controllo e di indirizzo delle condotte in un senso compatibile con le aspettative di una specifica struttura sociale, emerge chiaramente la trama individualizzante dei riferimenti simbolici, opportunità e limite dell’auto-percezione dell’individuo contemporaneo.

Se provassimo a leggere l’incremento di complessità nei termini del rapporto tra individuo e società, potremmo osservare come agli individui siano concesse maggiori chances identitarie, negando loro, al tempo stesso, il valore di questa identità. Dunque, se per il singolo individuo aumentano le possibilità di differenziare i suoi corsi di vita, contemporaneamente la società differenziata legittimerà sempre meno la diversità individuale nell’ambito di un progetto identitario. Se la violenza costituisce certamente una severa ri-articolazione della costruzione sociale dell’individualità, occorre misurarsi con uno dei dolorosi paradossi dell’iper-modernità, cioè la sintesi sociale di flessibilità e complessità che realizziamo nella nostra esistenza. Certamente otteniamo un aumento della densità relazionale e delle opportunità nella scelta delle traiettorie di vita, ma si tratta pur sempre di un incremento difficilmente componibile nell’ottica del processo di socializzazione, dato che non si può stabilire in assoluto se una possibilità sarà migliore rispetto ad un’altra. Se la diversità individuale trova sempre meno piena valorizzazione nel sistema sociale, ed è sempre più difficile per l’individuo costituirsi come identità attraverso l’appartenenza socio-culturale forte (di classe, di ceto, di lavoro, ecc..), si dovrà parlare di identità nel senso di flessibilità e reversibilità.

Per l’individuo diventa possibile gestire contemporaneamente più opportunità in forza di una struttura identitaria “aperta e differenziata”, proprio come la società nella quale costruisce competenze relazionali capaci di emanciparlo dai contesti identificativi più tradizionali. Ove le scansioni canoniche del processo di socializzazione siano liquefatte dalla sintesi di flessibilità e complessità, ci troviamo di fronte a quella che il sociologo Luciano Gallino definiva “mente iper-moderna”, con la forma-persona che è chiamata a sviluppare la sua identità sempre più in termini di distinzione ego/alter, vincolandosi ai processi di individuazione in netta alternativa alle logiche di identificazione, quelle capaci di garantire la biografia individuale all’interno di appartenenze sociali profonde. Questa mente iper-moderna, vive l’ipertrofia soggettivistica dell’individuazione, ma non essendo bilanciata da elementi di identificazione simmetrica (normazione interna; storia individuale; una solidarietà autentica tra corpo e mente, ecc.), si mostrerà indifferente alle risorse del legame sociale.

Le vicende di tanti eroi negativi, di figure epiche della devianza sociale, ma anche del c.d. “disagio asintomatico” riguardano queste “soggettività migranti”, sperimentalmente autonome, che per mantenere la propria continuità biografica utilizzano i materiali più disparati del supermarket identitario contemporaneo, sovente inseriti in segmenti di ruolo incompatibili fra loro.

Del resto, la generalizzazione velocizzante del nostro tempo raggiunge e trasforma non solo gli uomini e le culture, ma anche le tradizioni e la natura nel suo intimo. Investe i simboli, le immagini, le idee stesse, e se una persona cerca di uscire dal circulus aeterni motus di questa razionalizzazione calcolante, troverà solo altre sue forme convergenti. Tutto questo fa sì che nel passaggio dalla società integrata moralmente a quella complessa, si vengano a determinare condizioni materiali ideali per introdurre nel sistema psichico un io del tutto nuovo, una nuova struttura di personalità, tolta dai legami costitutivi forgiati dall’unità di un io e di un noi, ed ormai disponibile ad un infinito rimaneggiamento operativo tarato sulle funzioni stabilite dalle macchine sociali del condizionamento e dell’auto-efficientamento (che determinano, tra l’altro, l’indisponibilità a lavorare sulla propria sofferenza da parte di molte persone).

Nelle attuali società della comunicazione e dell’eccesso di opportunità, si consente alle persone di strutturare e moltiplicare molto meglio le loro individuazioni che non le (fondamentali) identificazioni culturali, sorgenti comunitarie di investimenti affettivi e luogo di normazione profonda. A Londra come a Belmonte Piceno.

 

* Sociologo della devianza e del mutamento sociale

 

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