Riforma fiscale/ Se i fondi pensione non aiutano la ripresa

Giovedì 8 Luglio 2021 di Alberto Brambilla*

Per i fondi pensione si profilano in futuro grandi problemi se il governo accoglierà senza correzioni il documento conclusivo di indirizzo politico per la legge delega sulla riforma fiscale elaborato dalle Commissioni di Camera e Senato. La frase che ci riporta indietro di 21 anni alla infelice Riforma Visco del 2000 è la seguente: «La Commissione concorda che, nel rispetto delle compatibilità finanziarie, sia importante l’applicazione alla previdenza complementare del modello che prevede l’esenzione dall’imposta sostitutiva sul risultato netto maturato, considerando al contempo la modifica del regime di tassazione per la fase di erogazione delle prestazioni».

E si aggiunge: «Ovviamente andrebbe uniformata la tassazione in fase di prestazione, considerando la tassazione secondo le aliquote Irpef ordinarie». Cerchiamo di spiegare con esempi concreti quali problemi verrebbero introdotti se il governo dovesse accogliere tale formulazione. Oggi vige il cosiddetto sistema “Ett” vale a dire Esente, Tassato, Tassato. In pratica, Esente significa che si può versare ai fondi pensione fino a 5.164 euro deducendoli dal reddito e quindi beneficiando di uno sconto fiscale pari al valore dell’aliquota marginale (esempio: con una aliquota fiscale marginale del 32%, versando 5.164 euro si risparmiano 1.652,5 euro di tasse).

I rendimenti sono invece Tassati con aliquota ridotta pari al 20% rispetto al 26% ordinario (12,5% per i titoli di Stato e assimilati): in origine era l’11%. Infine, le prestazioni in rendita e capitale sono tassate con aliquota sostitutiva tra il 15% e il 9% per incentivare la permanenza nei fondi (il meccanismo è semplice: dopo il 15° anno di permanenza nei fondi, per ogni anno successivo la tassazione si riduce dello 0,3% fino a raggiungere il 9%). 

Curiosamente le Commissioni parlamentari valutano tale tassazione regolata da «un meccanismo molto complesso». E non si capisce perché: il meccanismo è di una banalità disarmante. Peraltro, si tratta di un grande incentivo se si considera il differenziale tra l’aliquota fiscale che si detrae quando si versa e la tassazione finale: basti dire che la detraibilità con la prima aliquota è del 23%, quindi 14 punti più alta della tassazione finale. Ma l’adozione dell’aliquota sostitutiva - che ho fortemente voluto quando ho scritto la legge di riforma del sistema previdenziale, il Decreto legislativo 252/2005, per riparare i danni della legge 47/2000 di Visco - comporta che i redditi da fondi pensione non si cumulano con altri redditi e soprattutto con quelli della pensione pubblica. 

Passare al sistema “Eet” come propongono le Commissioni parlamentari presiedute da Marattin e D’Alfonso, significa togliere la tassazione del 20% sui rendimenti (il 20% di un rendimento del 3% è 0,6%) e tassare ad aliquota marginale (cumulo dei redditi) le prestazioni finali: insomma, viene abbuonato lo 0,6% ma si dovrà pagare fino al 46%. Con l’aggravante che la normativa italiana prevede una enormità di bonus, esenzioni, agevolazioni fiscali (le tax expenditures), tutte legate al reddito, stante che il 51% dei pensionati è totalmente o parzialmente assistito e un altro 20% gode di prestazioni aggiuntive anch’esse collegate al reddito: prestazioni che scomparirebbero se il soggetto avesse anche la rendita complementare. Insomma, tornare alla Visco, come propone la Commissione, significherebbe distruggere la previdenza complementare.

Il tema delle pensioni è complesso e stupisce che in ben sei mesi di lavoro e 61 audizioni, come afferma il Documento licenziato dalle Commissioni, non sia venuto in mente a nessuno di chiedere il perché del sistema di tassazione attualmente in essere: sarebbe bastato considerare che il vecchio decreto legislativo, oltre che essere approvato da Camera e Senato con ampia votazione, fu il risultato della firma di un protocollo preliminare tra governo e oltre 30 parti sociali (un fatto raro nella storia italiana) al fine di consentire finalmente lo sviluppo dei fondi pensione. 

Non a caso quando venne introdotta la tassazione ordinaria delle prestazioni complementari, si verificò il blocco delle adesioni ai fondi pensione. Il ragionamento di operai e impiegati, ovviamente meno sofisticato di quello dei parlamentari ma più pratico, fu il seguente: «Oggi verso e mi fanno lo sconto ad aliquota marginale ma tra 10 anni, quando prenderò la rendita pensionistica complementare, se si somma alla pensione pubblica l’aliquota fiscale aumenta e tutti i vantaggi acquisiti nella fase di versamento li risputo con gli interessi nella vecchiaia». 

Non solo: i lavoratori previdenti corrono il serio rischio, avendo una pensione complementare, di perdere gli svariati bonus (elettrico, canone tv, casa, ticket, trasporti e così via) e sicuramente l’integrazione al minimo, la maggiorazione sociale, la pensione di cittadinanza e altro. Insomma succederebbe che il previdente prenda poi meno pensione dell’imprevidente, il quale tra maggiorazioni sociali, bonus (di cui è difficile quantificare il numero tra statali, comunali e regionali) e agevolazioni può agevolmente superare 900 euro al mese.
Lo sviluppo dei fondi pensione è indispensabile per i cittadini e per il Paese e quindi bisogna fare «tutto ciò che è necessario» perché aumentino le adesioni visto che siamo tra gli ultimi nelle classifiche Ocse e la pensione pubblica, per via dei bassi redditi da lavoro, potrebbe non bastare.

Dunque, che fare? Anzitutto è necessario che la politica abbia ben chiaro la funzione dei fondi pensione per la crescita dell’economia: se questi non crescono, a causa dell’aumento delle tasse, com’è pensabile che possano aiutare l’economia? In secondo luogo non deve confondere il risparmio finanziario con quello previdenziale, come invece fece il governo Renzi proponendo il Tfr in busta paga (un flop clamoroso determinato proprio dalla rivolta dei lavoratori) aumentando dall’11% all’11,5% e poi al 20% la tassazione sui rendimenti dei fondi pensione. Semmai occorre il ripristino del fondo di garanzia perché la sua eliminazione ha negato agli oltre 6 milioni di lavoratori delle micro e piccole imprese il diritto alla pensione complementare. 

La riforma fiscale deve ridurre la tassazione sui rendimenti all’11% (e anche meno) portandola da “annuale” al “maturato” e aumentare il versamento di 5.164 euro l’anno (importo fermo al 2005) in base alla variazione dei prezzi. E poiché il fondo pensione è una sorta di libretto di risparmio, consentire a nonni, zii e parenti di finanziare il fondo pensione dei giovanissimi consentendo la deduzione fiscale. L’auspicio è perciò che il governo Draghi, competente ed equilibrato, non tenga conto di questo pittoresco parere delle Commissioni parlamentari.

*Presidente Itinerari Previdenziali
 

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