Una solidarietà solo a parole e i deboli sempre dimenticati

Domenica 11 Aprile 2021 di Don Aldo Buonaiuto
Una solidarietà solo a parole e i deboli sempre dimenticati

Risuonano profetiche le parole di Papa Francesco sulla necessità di salvaguardare l’accesso universale al vaccino anti Covid. «Esorto l’intera Comunità internazionale a un impegno condiviso per superare i ritardi nella loro distribuzione e favorirne la condivisione, specialmente con i Paesi più poveri», ha affermato il Pontefice nella domenica di Pasqua. La disuguaglianza negli strumenti sociali rappresenta in tempo di pandemia l’offesa più grave che l’umanità possa infliggere alle persone fragili e vulnerabili. Leggo nello sguardo di tanti fratelli e sorelle lo smarrimento per una situazione veramente difficile da decifrare e sostenere. Siamo bombardati ogni giorno da centinaia di informazioni spesso tra loro contraddittorie e, nella tragedia collettiva dell’emergenza Covid, si stenta a intravedere una linea di azione coerente da parte delle istituzioni nazionali e comunitarie. Ai mirabolanti annunci raramente corrispondono realizzazioni concrete. Le affermazioni in troppi casi si rivelano lontane dalla realtà che sperimentiamo quotidianamente. Ognuno di noi conosce anziani non autosufficienti che purtroppo attendono ancora di essere immunizzati. Proprio loro, più di tutti, rischiano di pagare con la vita gli errori compiuti a tutti i livelli di responsabilità nella gestione di una piaga che sta diventando sempre più cronica e traumatica. Era il 27 dicembre – oltre tre mesi orsono – quando in Europa veniva enfaticamente avviata la campagna vaccinale che adesso, quattro mesi dopo, è stata definita da insigni scienziati un’incredibile “catastrofe continentale”. Come è potuto accadere tutto ciò? Non sarà che aver messo al centro della nostra vita comunitaria la dittatura dell’ego abbia relativizzato talmente la visione del mondo da impedirci di passare dall’io al noi come ha esortato il Pontefice? Troppe volte ci riempiamo la bocca di tante parole di solidarietà per poi continuare, di fatto, ad abbandonare i più deboli, incuranti e quasi assuefatti alle tragedie altrui. Che idea di società possiamo trasmettere alle nuove generazioni quando apprendiamo che non siamo neppure stati capaci (come ha ricordato l’Autorità garante dell’infanzia e dell’adolescenza) di assicurare assistenza psicologica ai piccoli turbati dalla lunga crisi Covid? Dove sono le agenzie educative mentre soprattutto i minori, ma non solo loro, perdono costantemente fiducia in una prospettiva collettiva e si rifugiano nel solipsismo digitale della tecnologia? Ecco, ogni momento di sofferenza reclama un esame di coscienza individuale e comunitario. Se ieri Nazioni a noi simili come la Germania e la Francia, hanno messo in sicurezza il doppio o il triplo di soggetti esposti non possiamo non interrogarci su cosa stia funzionando male (al di là dei toni rassicuranti) nella reazione italiana alla sfida pandemia. Solo una coscienza intorpidita può far passare sotto silenzio le iniquità nella vaccinazione di classi di età che hanno fatto grande il nostro Paese rialzandolo dalle macerie della guerra. Ne tengano conto anche quegli imprenditori che stanno approfittando dell’attenzione concentrata sul Covid per pugnalare alle spalle quei lavoratori che hanno contribuito per decenni al loro successo aziendale. È un grido verso il cielo quello che si alza dalle ingiustizie compiute in un momento così drammatico. Perché docenti universitari ancora giovani hanno ottenuto la tanto sospirata dose di vaccino quando milioni di disabili, over 70 e 80, e operatori di comunità sociosanitarie sono ancora in lista e non capiscono perché all’interno delle loro stesse categorie qualcuno sia stato immunizzato e qualcun’altro no? Da cosa dipende? Forse da entrature, conoscenze o simpatie politiche? Sarebbe davvero squallido. Insomma, c’è solo una cosa peggiore dell’emergenza: la mancanza di chiarezza sulla via di uscita. «Non è tanto la paura di morire che mi fa stare male ma l’offesa di non essere rispettata», mi ha confidato una maestra in pensione. La vita non si misura in denaro accumulato o in favori illecitamente conseguiti, bensì nella dignità di non dover supplicare qualcuno per raggiungere ciò che ti spetta per diritto.

* Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA