Se l’economico si insedia stabilmente nell’inconscio

Martedì 5 Gennaio 2021 di Rossano Buccioni

La vicenda delle dichiarazioni dell’ex Presidente di Confindustria Macerata sui costi umani della pandemia, delle scuse fornite e delle sue dimissioni a seguito delle polemiche scaturite, ci interessa solo dal lato della generalità delle questioni di civiltà cui rinvia. In uno dei suoi ultimi scritti, il sociologo Niklas Luhmann sostenne che «…sono scomparse quasi tutte le culture che hanno dato una impronta alla vita umana e […]le mentalità che una volta erano attuali oggi non sono più applicabili. Lo stesso accadrà agli aspetti per noi ovvii ed alle forme culturali del “mondo della vita” della nostra società». Lo scalpore suscitato dalle parole dell’imprenditore derivava dalla valutazione contro-intuitiva di un criterio-guida della nostra cultura che, argomentando in modo diverso rispetto alle convenzioni sociali, dispiegava una sorta di nuovo senso comune capace di opporsi apertamente al “luogo comune”. Infatti, il caso ripropone la tematica del valore della vita nella società complessa, questione di cui molti osservatori evidenziano la scoraggiante indecidibilità e che va affrontata in modo da ritenere la prospettiva anti-umana di osservazione come tacita regola di selezione utilizzata dal sistema sociale nel suo rapportarsi “all’ambiente umano”. Per le dinamiche intrinseche della società funzionalmente differenziata, la vita resta valore di riferimento se aderisce alla sviluppo di logiche che con la vita stessa c’entrano poco. Nel caso di cui discutiamo la questione è semplicemente riemersa in modo inatteso quanto chiaro. Il filosofo Remo Bodei definì la questione-vita «l’ultimo Dio della modernità», in un incrocio critico dove metafisica, scienza e politica ingaggiano una battaglia per stabilirsi al vertice di un sistema di significato. Questo “incrocio critico” riguarda l’ambito di quella che in sociologia si è definita “ecologia del non sapere”, cioè l’intrasparenza di fondo di un gran numero di presupposti su cui basiamo la nostra vita psico-sociale. Non sappiamo di non sapere perché la potenzialità dinamica di una società normalmente si genera dal suo evolvere al di sotto dell’ordine stabilito da “valori centrali”, caratterizzati dal fatto di non poter essere mai realizzati compiutamente nella dimensione pratica. La distanza che ci separa dalla consapevolezza del pieno dispiegamento nella realtà di questo sistema di valori è ciò che innesca la dinamica sociale perché se la struttura della società coincidesse pienamente con il suo ordine simbolico, non si avrebbe nessun tipo di differenziazione. Un sistema di valori superiore esprime l’esigenza tipicamente umana di incorporarsi in qualcosa che ricomprenda l’esistenza individuale ad un livello superiore di generalità. In base a questa logica, la vita – collocandosi nell’ambiente del sistema sociale - è stata di volta in volta interpretata come energia, risorsa organica o spirito vitale governato dalla scienza e regolato dalla politica. La novità che sembra emergere nella dominanza economica della nostra epoca è una lenta fusione tra vita e tecnologia, in una sorta di osmosi che tecnicizza l’umano ed umanizza la tecnica. Il filosofo Alain Denault, replicando note architetture freudiane in un saggio intitolato “Economia dell’odio”, osserva come l’economico si sia stabilmente insediato nell’inconscio, avvalendosi di «… un discorso capace di far prevalere il target della crescita sulla catastrofe ecologica, o di fare in modo che i nostri spazi onirici siano talmente pieni di auto di lusso e di slogan pubblicitari che ce li ritroviamo di continuo attraverso lapsus verbali sempre più frequenti». Dall’inconscio al linguaggio il passo è breve. (Rac)contare è un verbo che fa pensare anche alla volontà di enumerare le fasi di un racconto: in primo luogo avvenne, in un secondo momento accadde, ecc. Ormai raccontare diventa azione marginale rispetto a “contare”. Non più raccontare la vita (grandi narrazioni), ma vivere dei sui conti, senza che la realtà delle cose esprima davvero qualcosa. E mentre qualcuno conta i morti del Covid 19, “altri contano su determinati risultati finanziari che non possiedono altro significato al di la di sé stessi. Tramite l’economia si odia la vita? No, perché la razionalità rimuove l’odio”. Allora la razionalità sociale consentirà ad ogni sistema di azione differenziato di riproporre le sue operazioni specifiche a partire da una rappresentazione della vita coerente con logiche sociali esterne. Quando viene meno una clausola comunicativa di senso comune e si svelano i presupposti del funzionamento di un sistema sociale, si rischia di bloccare i sistemi di aspettativa, con l’inevitabile innesco dei dispositivi di moralizzazione ignifuga, evocati sapendo che l’etica lascia comunque inalterati i criteri interni dei sistemi di azione sociale. Come lascia intendere il caso citato. La tecno-economia modifica il nostro modo di pensare perché le macchine, anche se ideate dagli uomini, esprimono un’oggettivazione della vita e dell’intelligenza. Nella società iper-differenziata l’essere umano non cambia spesso modo di vivere perché viene modificato materialmente dagli effetti della rivoluzione digitale e dalla governance algoritmica della vita. L’evaporazione del soggetto unitario in un mosaico di competenze sovra-determinate, testimonia la colonizzazione del mondo della vita ad opera di logiche che privilegiano il funzionamento sull’esistenza, con l’inevitabile depauperamento del valore dell’agire e dell’esperire. Una cultura come la nostra consente solo al mondo economico il lusso di poter svelare i suoi presupposti senza temere grossi contraccolpi perché la classe imprenditoriale risulta talmente espressiva della struttura sociale da riuscire ad intuirne le verità anche controvoglia.

 

*Sociologo della devianza e del mutamento sociale

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