Un sostegno necessario all’industria della cultura

Mercoledì 24 Giugno 2020 di Donato Iacobucci
Il settore della cultura è fra quelli che hanno subito il maggiore impatto negativo dalle misure di contenimento della pandemia da Covid-19. Ed è anche fra quelli per i quali il recupero si preannuncia più lento e difficoltoso. L’ industria della cultura comprende un insieme di attività abbastanza eterogenee e di non facile delimitazione. Nel caso dell’Italia assumono particolare rilevanza le attività legate alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio storico e artistico, essendo il nostro paese fra i maggiori depositari di questo patrimonio. Di minor peso in termini relativi ma pur sempre rilevanti anche nel nostro paese sono le attività associate alla produzione artistica in senso stretto (musica, teatro, mostre) e alle produzioni cinematografiche e di audiovisivi oltre che alle più tradizionali attività della stampa e dell’editoria. A livello europeo il Pil generato da quest’insieme di attività è intorno al 5% del totale. Una percentuale che sale al 6% nel caso dell’Italia. La rilevanza di queste industrie trascende però il mero dato quantitativo per i collegamenti con gli altri ambiti dell’economia e per l’effetto di traino sulla domanda di altre filiere, in particolare quella turistica. Alcune attività comprese in questo settore sono affidate al settore pubblico, come nel caso della tutela e valorizzazione del patrimonio storico-artistico, o sono sostenute con contributi pubblici più o meno rilevanti, come nel caso delle produzioni teatrali e cinematografiche. Malgrado tale sostegno pubblico vi è la sensazione diffusa che il nostro paese non sfrutti appieno le potenzialità offerte da tale settore, se si pensa appunto all’enorme patrimonio storico-artistico accumulato nel tempo sul nostro territorio. Ciò dipende dal fatto che la conservazione di questo patrimonio, per quanto condizione necessaria, non è però sufficiente ad una sua adeguata valorizzazione; sia se si pensa alla mera fruizione turistica; sia se si pensa al suo utilizzo come ispirazione e base per nuovi contenuti. In entrambi i casi occorrono idee e capacità imprenditoriali che nel nostro paese sembrano difettare sia nell’ambito pubblico sia nell’ambito privato. In quello pubblico qualche novità positiva si è vista negli ultimi anni da una gestione maggiormente imprenditoriale dei nostri principali musei e siti archeologici. Nell’ambito dell’offerta privata il settore soffre di alcune carenze strutturali tipiche di molti settori nel nostro paese: fra queste un eccesso di frammentazione dell’offerta che impedisce di esprimere una sufficiente capacità innovativa e competitiva sul mercato interno e internazionale. La debolezza dell’offerta dipende anche dalla carenza di domanda, in particolare quella interna. Gli italiani spendono pochissimo in cultura e questo penalizza le possibilità di sviluppo dell’offerta. L’ultima rilevazione Istat (relativa al 2019) ci informa che la spesa media mensile delle famiglie italiane per l’acquisto di libri è stata di 10 euro, quella per cinema teatri e concerti di 6 euro, quella per musei parchi e giardini di 1,5 euro. Cifre di scarso rilievo rispetto alla spesa complessiva le cui voci principali sono costituite dall’abitazione e dai trasporti oltre che dalla spesa alimentare. Ma decisamente inferiori anche ad altre spese voluttuarie, considerato che nello stesso periodo la spesa media per lotterie e scommesse è stata di 4 euro, quella per parrucchieri e trattamenti di bellezza di 44 euro e quella per bar e ristoranti di 115 euro. La scarsa sensibilità degli italiani per la cultura potrebbe dipendere anche dalle caratteristiche dell’offerta, incapace di sollecitare o rispondere adeguatamente ai gusti e alle aspettative dei consumatori. Anche adeguandosi alle nuove modalità di produzione e fruizione dei contenuti messe a disposizione dalle tecnologie digitali. Oltre alla trasmissione di contenuti audio e video via internet potenzialità enormi sono aperte dalle applicazioni della realtà virtuale e aumentata. Nei prossimi mesi sarà inevitabile incrementare il sostegno pubblico al settore. Sarebbe importante non limitarsi ad una politica di meri sussidi puntando invece a favorire l’innovazione e ad incentivare le aggregazioni. 

*Docente di Economia dell’Università Politecnica delle Marche © RIPRODUZIONE RISERVATA