Il piano di rilancio francese e quello italiano che non c’è

Il piano di rilancio francese e quello italiano che non c’è

di Donato Iacobucci
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Mercoledì 9 Settembre 2020, 10:35

Lo scorso 3 settembre il governo francese ha presentato il piano di rilancio: France Relance. Si tratta di un piano da cento miliardi di Euro, dei quali quaranta di risorse europee. È utile commentarne alcuni aspetti per trarne spunti utili ai piani che dovranno essere impostati per il nostro paese e, a cascata, per la nostra regione. Naturalmente la prima considerazione riguarda i tempi. In Italia il piano ancora non c’è e temo si stia attendendo l’esito delle prossime elezioni amministrative per capire in quali condizioni il governo e il parlamento potranno mettersi al lavoro. Al contrario, il governo francese ha approfittato della pausa estiva per elaborare una proposta dagli indirizzi molto chiari e già ben articolata nei contenuti e nelle relative risorse. Nel nostro paese siamo ancora alle enunciazioni di principio e alla lista della spesa. Data la situazione di crisi, la peggiore del secondo dopoguerra, i tempi sono essenziali. E non a caso uno dei principi ispiratori del piano francese è la rapidità d’impatto delle misure. Da questo punto di vista l’insistenza del dibattito italiano sul tema delle grandi infrastrutture suscita qualche perplessità; a meno che non si ritenga di avere la capacità di discernere quelle veramente essenziali per gli obiettivi di sviluppo e, soprattutto, immediatamente cantierabili. A parte la questione dei tempi di attuazione, che però in questo caso è quanto mai rilevante, meritano attenzione anche i contenuti del piano. Due aspetti fra i tanti mi sembrano meritevoli di commento. Il primo riguarda la filosofia generale di France Relance, centrata sul tema della transizione ecologica: ad essa sono dedicati un terzo delle risorse (come da indicazioni Ue) ma risulta di ispirazione generale anche per tutti gli altri interventi. L’attenzione al tema ambientale sembra scontata, visto che questa sarà una la principale direttiva della politica Ue per i prossimi decenni. In questo modo la Francia si candida a giocare un ruolo di rilievo anche nella futura allocazione dei fondi europei. Ma vi è un altro aspetto del piano francese che merita particolare attenzione, sia per il nostro paese sia per la nostra regione. France relance punta soprattutto sulle imprese e sulla competitività. Il premier francese nel presentare il piano ha parlato della necessità di un “riarmo industriale” della Francia affermando che “l’industria è la nostra cultura”. La Francia è attualmente la terza potenza industriale in Europa, dopo la Germania e l’Italia. Il nostro paese farebbe bene a non trascurare la sfida francese e a mantenere stretta la seconda posizione; così come la nostra regione farebbe bene a difendere la sua posizione fra le regioni maggiormente industrializzate nella Ue. Sembra utile ribadire questi obiettivi viste le voci sempre più frequenti sull’opportunità di abbandonare il manifatturiero a favore di altri settori: dall’agricoltura al turismo o alla cultura. Con ciò non intendo sottovalutare la rilevanza di questi settori; e certo non sono trascurati dai nostri vicini. L’agricoltura francese è fra le più sussidiate in Europa; la Francia ci supera di gran lunga per arrivi turistici dall’estero e spende decisamente più dell’Italia per sostenere la cultura. Il ruolo di questi settori non è solo economico ma coinvolge aspetti relativi all’identità nazionale e alla coesione sociale e territoriale. La cultura, inoltre, è un potente fattore di elevazione del capitale umano e, come tale, ha un impatto rilevante su tutti gli aspetti dell’economia e della società. Il governo francese ha però ben chiaro che questi settori hanno bisogno di sostegno pubblico per poter svolgere appieno il loro ruolo e che per farlo occorrono risorse prodotte in altri settori. Per paesi grandi come l’Italia e la Francia il manifatturiero rimane il motore principale dell’innovazione e della creazione di ricchezza. Abbandonarlo significherebbe condannare al declino tutti gli altri settori e, alla fine, l’intera economia. Ne abbiamo una dimostrazione lampante nel nostro Mezzogiorno. Le situazioni dei due paesi sono diverse per suggerire di copiare il piano francese, ma varrebbe la pena di leggerlo attentamente per trarne qualche ispirazione. 

*Docente di Economia alla Politecnica delle Marche e coord. Fondazione Merloni

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