Dai capitali al lavoro la riallocazione decisiva

Mercoledì 8 Luglio 2020 di Donato Iacobucci
Una delle parole chiave dell’economia post covid-19 sarà riallocazione: cioè lo spostamento di risorse produttive, lavoro in primo luogo, da un’attività ad un’altra. Ciò avverrà sia all’interno delle imprese, sia fra imprese dello stesso settore, sia fra i diversi settori dell’economia. All’interno delle imprese si ridurranno gli addetti alle attività routinarie e ripetitive, sempre più efficacemente sostituiti da sistemi automatizzati. Questa tendenza riguarderà non solo i processi di trasformazione manifatturiera, nei quali è già in atto da tempo, ma anche le attività impiegatizie. Pensiamo, ad esempio, alle operazioni di incasso e pagamento. Sembra ormai del tutto assurdo continuare ad osservare addetti all’incasso dei pedaggi autostradali (che lavorano peraltro in condizioni ambientali non molto salubri) quando quell’attività è svolta da sistemi automatici molto più rapidi ed economici. L’introduzione di sistemi automatizzati è destinata ad accelerare anche in attività non routinarie ma che possono essere affidate a sistemi di intelligenza artificiale. Qui il campo è potenzialmente molto vasto: si va dai servizi di informazione a quelli di diagnosi su prodotti e processi fino ad attività che consideriamo altamente sofisticate, come le operazioni chirurgiche; in futuro vedremo sempre più robot in affiancamento o in sostituzione degli operatori sanitari. Anche in questo caso i guadagni non sono solo nei tempi e nei costi ma anche nella qualità e affidabilità del risultato. L’accelerazione di questi cambiamenti determinerà anche una più intensa riallocazione di risorse fra le imprese: si espanderanno quelle più pronte e capaci di abbracciare i nuovi sentieri dell’innovazione mentre si contrarranno o usciranno dal mercato quelle incapaci o lente al cambiamento. A più lungo termine sarà inevitabile una progressiva riallocazione del capitale e del lavoro fra i settori: si espanderanno quelli associati alle nuove filiere dell’economia digitale e circolare mentre altri settori saranno destinati ad un progressivo ridimensionamento. Nell’immediato questi processi di riallocazione sembrano determinare perdite di occupazione e possono comportare situazioni di disagio sociale e di crescita delle disuguaglianze. Nel lungo periodo essi però possono consentire di aumentare l’occupazione e, soprattutto, di elevarne la qualità. Per tale ragione è interesse della collettività non opporsi al cambiamento ma creare le condizioni per facilitarlo. In una parola, si tratta di governare questi processi piuttosto che subirli. Qualunque sia la posizione nelle gerarchie organizzative e la funzione, alle persone saranno sempre più richieste capacità e competenze che valorizzano l’autonomia e la creatività, mentre le mansioni ripetitive e routinarie saranno sempre più affidate alle macchine. Affinché questo processo determini vantaggi e non svantaggi per i lavoratori, e per superare le resistenze personali e organizzative al cambiamento, occorre potenziare i sistemi di life long learning; cioè i sistemi di formazione per le persone adulte. La formazione deve essere continua e permanente e tutti debbono essere incentivati e messi nelle condizioni di poter aggiornare e adeguare le proprie competenze ai nuovi bisogni lavorativi, personali e professionali. Al sistema della formazione permanente andrebbero associati sistemi altrettanto efficaci di accompagnamento a nuovi lavori e nuove professioni. Al momento siamo carenti su entrambi i fronti. Il sistema della formazione professionale sembra orientato a fornire reddito ai formatori piuttosto che servizi efficaci ai propri utenti. Anche nel caso dei navigator, ultimo esperimento in tema di servizi di avviamento al lavoro, l’efficacia non sembra elevata. Sono ambiti nei quali non c’è molto da inventare. Basterebbe imitare pratiche consolidate in altri paesi europei. Qualunque siano le soluzioni adottate è necessario convincersi che la salvaguardia del lavoro si ottiene investendo sui lavoratori e non sui posti di lavoro. I nostri sistemi di sostegno al lavoro sono eccessivamente orientati a garantire la continuità piuttosto che il cambiamento. Con il risultato di non conseguire nessuno dei due risultati.

*Docente di Economia dell’Università Politecnica delle Marche © RIPRODUZIONE RISERVATA
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