Più difesa che attacco nel decreto del rilancio

Mercoledì 20 Maggio 2020 di Donato Iacobucci
I commenti al decreto rilancio, appena varato dal Governo, sono stati generalmente positivi. A giustificare questa accoglienza vi è l’entità della manovra e l’ampiezza degli ambiti di intervento. Secondo le indicazioni fornite dal Ministero dell’Economia e delle Finanze il decreto stanzia risorse per 155 miliardi di euro, 55 dei quali a debito. Queste cifre sono giustificate dal fatto che il decreto è finalizzato sia a contenere l’impatto della crisi sulle imprese e sulle famiglie sia a prospettare interventi per la ripresa. Di qui l’appellativo di “decreto rilancio”. Per la verità questo appellativo non sembra del tutto giustificato poiché le risorse messe in campo sono più orientate a contenere i danni che a sostenere il rilancio dell’economia. E’ probabile che questo fosse inevitabile data l’entità e la natura della crisi in atto. Prima di pensare alla ripresa occorre innanzitutto mitigare gli effetti del blocco delle attività che in alcuni settori, in particolare quelli del turismo e della cultura, si preannunciano disastrosi. Per utilizzare una metafora calcistica, il decreto è decisamente più orientato alla difesa che all’attacco in ossequio ad una strategia di gioco che è sempre stata congeniale al nostro paese. Ciò sembra contrastare con la diffusa convinzione che questa crisi produrrà cambiamenti epocali; nell’economia e nella società. I segni di questi cambiamenti sembrerebbero già evidenti nei comportamenti di imprese e consumatori. E’ probabile che stiamo solo accelerando nell’introduzione di innovazioni che erano già in atto e nelle quali il nostro paese aveva accumulato ritardi. Gli italiani sono poco propensi all’innovazione e questa accelerazione dei cambiamenti può suscitare in qualcuno un senso di timore o di angoscia. Almeno da questo punto di vista la lettura del decreto rilancio può servire a mitigare questi sentimenti. Per quello che riguarda la pubblica amministrazione possiamo stare tranquilli. Tutto sembra rimane come sempre e non vi è da temere nessuna rivoluzione; né nella forma, né nella sostanza. Per la forma si può notare che il decreto rilancio consta di quasi 500 pagine, intellegibili solo agli addetti ai lavori anche nelle previsioni più semplici, dati i continui rimandi alla giungla normativa e regolamentare che abbiamo consolidato nel nostro paese e che ha pochi eguali nel mondo. E i rimandi non sono solo al passato ma anche a nuovi regolamenti che i ministeri competenti dovranno emanare nei prossimi 60 giorni… Qualcuno, non a torto, ha sollevato dubbi sulla velocità con la quale le risorse previste saranno effettivamente spese. Anche da questo punto di vista possiamo stare tranquilli poiché non si prospettano sconvolgimenti rispetto al passato. Qualcuno ha anche osservato che la manovra spende più in trasferimenti che in investimenti, con ciò riducendo l’effetto moltiplicativo della spesa. Si può notare che il legislatore ha agito in questo modo sia per venire incontro alle esigenze immediate di imprese e famiglie sia per non modificare i criteri di spesa che si sono consolidati in Italia da qualche decennio: molto alla spesa corrente, poco agli investimenti per il futuro. In realtà nel decreto si rintracciano anche interessanti sprazzi di novità, come le misure per il sostegno all’avvio e allo sviluppo delle start-up innovative e, più in generale, allo sviluppo dell’ecosistema imprenditoriale. Vi sono, infatti, fondi per sostenere le attività di incubatori e società di venture capital. La soddisfazione per queste misure, destinate alle iniziative imprenditoriali dei nostri giovani, è in parte mitigata (scorrendo nella lettura del decreto) dalla previsione di uno stanziamento di 3 miliardi di euro per la creazione di una nuova società a prevalente partecipazione pubblica che sarà destinata a rilevare parte delle attività di Alitalia. Tale previsione assicura che lo stato italiano continuerà a mettere risorse nel pozzo senza fondo di Alitalia anche nei prossimi anni. Insomma, in questo momento così carico di incognite e di incertezze per il futuro è rassicurante sapere che almeno per quello che riguarda la nostra pubblica amministrazione possiamo contare su qualche elemento di continuità.

*Docente di Economia dell’Università Politecnica delle Marche © RIPRODUZIONE RISERVATA