Essere costretti a stare chiusi in casa senza sentirsi a casa

Mercoledì 25 Marzo 2020 di Rossano Buccioni
Viviamo un momento di riconquista del senso del tempo umano per rallentamento di quello sociale e di tentato recupero relazionale in condizioni di abolizione quasi completa dell’esercizio delle competenze sociali acquisite. Si tratta di recuperi che avvengono dentro un precedente quadro psico-sociale di “disincanto affettivo” e di costruzione dell’altro in vista dei propri scopi, nella perfetta applicazione alle interazioni dei criteri utilitaristici dell’azione economica. L’isolamento da distanziamento sociale impone una forzata rappresentazione della nostra abitazione che ci costringe ad essere a casa senza sentirci a casa. La casa, da luogo di protezione si muta in teatro dell’inazione e dalla parziale sottrazione alle dinamiche quotidiane dell’io-ruolo, ci svela nella dimensione coatta dell’auto-contenimento. Se la casa è sempre stata molto più di un luogo fisico, ora si muta nel teatro della nostra fisicità abolita, consentendoci di areare il nostro spazio mentale solo attraverso la finestra digitale, garantendoci l’intero mondo sul vassoio d’argento del web. Tra le cinque funzioni che – secondo lo psicoanalista Alberto Eiguer - la casa dovrebbe svolgere, una si riferisce proprio al contenimento. La funzione di contenimento differenzia l’interno dall’esterno, crea un clima di intimità e la nostra casa ci protegge da quello che c’è fuori, che potrebbe essere pericoloso, consentendoci di vivere pienamente ciò che è dentro facendosi volano di interiorità. Usiamo la nostra casa per fare dichiarazioni intenzionali e deliberate su noi stessi. L’intera casa è una “dichiarazione d’identità”, dato che riflette i nostri atteggiamenti, valori e priorità nella vita. Ma la casa è tutto questo perché esiste la possibilità di fuoriuscirne con il dentro che si pone in relazione co-essenziale con il fuori. Adesso questa dinamica psichica è sospesa e casa vuol dire profilassi. Ascoltando i messaggi televisivi che invitano a non abbandonare il proprio domicilio, si potrebbe tornare al motto “Beata solitudo, sola beatitudo”, espressione da attribuirsi probabilmente a San Bernardo, che esalta la perfetta serenità spirituale che si poteva trovare soltanto nel silenzio e nell’isolamento. Oggi pensare questo è una illusione-placebo, così come riconvertire la natura iper-socializzata della coscienza individuale alla retorica dell’hortus conclusus (giardino chiuso), citazione del Cantico dei cantici adoperata per enfatizzare l’intimità di pensieri ed aspirazioni personali. Oltre al rovesciamento del senso dell’abitare, c’è anche un rovesciamento assai significativo che sintetizza la nostra condizione sociale al tempo presente, rappresentato dal vigoroso riappropriarsi da parte di un elemento biologico aggressivo quanto rudimentale (il virus), del suo spazio semantico originario che il mondo digitale - nelle sue pretese di governare il mondo - aveva preso in prestito, un prestito che si credeva definitivo e che la forte preoccupazione odierna svela nella sua natura assolutamente temporanea. Lo spiega benissimo la virologa Ilaria Capua che con parole simili a pennellate, sostiene che domesticando i bovini l’uomo prese dei virus circolanti solo nel mondo animale, già 8000 anni fa. Quei virus noi li abbiamo conosciuti come “morbillo”. Se quegli animali non fossero stati domesticati, il morbillo se ne sarebbe stato nel suo livello di realtà biologica e non avrebbe fatto un salto evolutivo. La zoonosi, il passaggio all’uomo di malattie di origine animale, accade evidentemente ancora oggi, ma mentre il virus degli antichi bovini, pur passando all’uomo era rallentando dalle condizioni di scarsa differenziazione sociale, il passaggio di un virus all’uomo oggi può permettersi il lusso di propagarsi comodamente dalla prima classe di un volo intercontinentale, da cui raggiungere praterie sociali sconfinate. In una società segmentaria dove i criteri di differenziazione sono minimi (sesso, classe di età e rango), il patrimonio di concetti per pensare ed agire sarà altrettanto stringato, con una irrisoria necessità di collegamento e di azione. I virus restano identici come potenziale trasmissivo, ma la grande novità - da almeno tre secoli - è una società/mondo iper-differenziata e reticolare, dove le informazioni, le merci e le persone circolano a ritmo straordinariamente intensificato e dove si sono selezionati dei meccanismi evolutivi che rendono impossibile pensare di rallentare la struttura connettiva di base che determina il nostro senso di normalità. Ai lacerati filosofi che invocano il ritorno al primato della ragione (dei singoli individui), si dovrebbe ricordare che la società/mondo possiede una ragione organizzativa - integrata a livello sistemico - che può certamente manifestare pesanti deficit di razionalità, con paradossi “macro” destinati a creare conseguenze mortali in quelli “micro” (umani). Occorrerà vedere come il pensiero organizzativo “ultrà” modificherà i suoi approcci alle “turbolenze dell’ambiente umano”, dato che, come scriveva l’antropologo Jared Diamond, “gli animali selvatici restano parte integrante della cultura alimentare di certe etnie cinesi, quanto il formaggio ed il vino lo sono per i francesi. La Francia come reagirebbe alle pressioni globali per vietarli”? Restiamo positivi: un economista che scrive su questo giornale ha detto che l’iper-digitalizzazione determinata dalla crisi in atto rappresenta il lato positivo del Virus, dato che scuole ed Università in pochi giorni hanno dovuto fare ciò che non si decideva da anni. Cibarsi di animali selvatici, vini e formaggi francesi, resilienze analogiche: il solito essere umano, ormai troppo antiquato per i ritmi della società/mondo e per le sue idee di ordine digitale ed igiene organizzativa.

*Sociologo della devianza e del mutamento sociale © RIPRODUZIONE RISERVATA