L’isolamento della Gran Bretagna e le valigie dei nostri giovani laureati

Lunedì 25 Ottobre 2021 di Sauro Longhi
L isolamento della Gran Bretagna e le valigie dei nostri giovani laureati

Nel Regno Unito due fatti sono ormai evidenti. Il primo: la cancellazione di ogni misura di precauzione contro il Covid, come il distanziamento e l’uso della mascherina, con il logico incremento del numero dei contagi giornalieri, ormai sopra 50mila, e del numero dei decessi. Il secondo: l’uscita dall’Europa con il conseguente isolamento che ha portato ad una mancanza di forza lavoro, che ora rischia di frenare la crescita economica del Paese. È evidente che la scelta di isolamento imposta dal governo di Boris Johnson ha prodotto diversi problemi, l’aver deciso di frenare l’immigrazione poco qualificata ha di fatto privato il paese della forza lavoro necessaria. Gli aspetti più evidenti sono la mancanza di camionisti per rifornire di carburante le stazioni distributrici e la mancanza di cibo e bevande per aver perso con la Brexit tanti lavoratori europei impiegati in questi settori. Lo stesso problema è emerso nel settore dell’assistenza sociale per adulti. L’isolamento scelto con la Brexit sta aggravando ancora di più la crisi energetica della Gran Bretagna con aumenti dei costi del gas naturale per l’incremento della domanda dalla Cina, la riduzione delle forniture dalla Russia e l’impossibilità ad accedere ad importanti impianti di stoccaggio e alla solidarietà tra gli Stati membri dell’Ue. Questi fatti fanno prevedere serie difficoltà sulla ripresa economica post pandemia, sempre che i numeri dei contagi non continuino a crescere con la necessità di riadottare misure di contenimento soprattutto nelle aree maggiormente abitate come Londra. Anche nel nostro Paese, l’isolamento molto spesso invocato per contrastare le difficoltà economiche e sociali, e riassunto da slogan del tipo “prima gli italiani”, non porta a soluzioni sostenibili. L’isolamento può essere utile per contrastare il Covid, ma non per accrescere il benessere economico e sociale. Vediamone un esempio. Per realizzare il Pnrr, secondo stime dell’Associazione nazionale dei costruttori edili, per soddisfare le richieste provenienti dal privato mancherebbero circa 265mila lavoratori, tra ingegneri, project manager, responsabili della gestione di cantieri, autotrasportatori e operai. Per gli operai specializzati nelle costruzioni la difficoltà di reperimento raggiunge quasi il 60 per cento. Come coprire queste richieste? Sicuramente attraverso percorsi di formazione per fornire le necessarie competenze e conoscenze ma anche aprendosi ad accogliere persone che provengono da altri Paesi, altrimenti si rischierà di avere gli stessi problemi che il Regno Unito sta già incontrando. Costruire muri per isolarsi in genere non porta a risolvere i problemi ma solo a cercare un facile consenso elettorale. Condivido la posizione forte e coerente della Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che ha ribadito, la scorsa settimana, che l’Unione Europea non finanzierà recinzioni o muri per contenere l’ingresso degli immigrati. Nel nostro Paese, secondo dati Istat, nel 2019 le emigrazioni dall’Italia verso altri Paesi sono state poco meno di 180mila, con un incremento del 14,4% rispetto al 2018. Tre su quattro riguardano cittadini italiani (122mila, +4,5%) e tra questi tre quarti hanno più di 25 anni e un terzo, 28mila, sono in possesso di almeno una laurea. Anche le Marche sono interessate da questo fenomeno, non sempre evidenziato e solo temporaneamente ridotto nel periodo della pandemia. Soprattutto i più giovani scelgono questa strada perché attratti dalle migliori condizioni di lavoro che trovano all’estero, con maggiori retribuzioni e attività capaci di valorizzare il titolo di studio appena acquisito. Ad oggi mancano politiche attive, anche regionali, per contrastare questo fenomeno. Basterebbe incentivare l’inserimento di giovani laureate e laureati nei nostri settori produttivi e dei servizi con investimenti che il Pnrr aiuterà a realizzare. Non hanno esperienze ma una “valigia” piena di conoscenze che altrove viene riconosciuta e valorizzata. Diamo valore alla creatività e all’innovazione che i nostri giovani possono produrre con le conoscenze potenzialmente contenute in queste “valigie”!

*Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione Facoltà di Ingegneria Università Politecnica delle Marche


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Ultimo aggiornamento: 15 Novembre, 21:33 © RIPRODUZIONE RISERVATA